Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi

Non avevo mai letto Sostiene Pereira perché c’era qualcosa nel titolo e quel modo di rivolgersi al lettore che mi infastidiva. Come se mi aspettassi di leggere la cronaca di qualcosa. Quel sostiene mi allontanava. Qualche settimana fa ho iniziato un laboratorio di scrittura intitolato Storie (quasi) vere e nelle letture consigliate mi sono ritrovata questo libro.

Una storia (quasi) vera è qualcosa che non è del tutto vero, ma è una storia che per qualche motivo ha riguardato chi l’ha scritta. Sostiene Pereira ha riguardato anche a me, che l’ho letto.

Pereira è un ex giornalista di cronaca nera a cui viene affidata la pagina culturale di un giornale del pomeriggio, il “Lisboa”. Ama la letteratura del passato, soprattutto francese, ed è come se il passato diventasse l’unica sua dimensione di vita. Il passato insieme alla morte. Scrive necrologi anticipati e elogi funebri degli scrittori scomparsi a cui dedica una sezione della pagina che chiama ricorrenze. E vive nel ricordo della moglie morta, con cui parla rivolgendosi al suo ritratto, che porta sempre con sé, e nel rimpianto di non avere mai avuto un figlio. Sganciato completamente da quello che succede nel mondo, nel presente. È l’incontro con un giovane, Monteiro Rossi, a obbligarlo a prendere contatto con la realtà. E a condurlo in un lento e doloroso percorso di consapevolezza e crescita interiore che lo porterà, alla fine, ad una presa di posizione coraggiosa e molto lontana dal personaggio conosciuto all’inizio. Intenso anche l’incontro con il dottor Cardoso, che gli parla di Freud, che legge la sua condizione interiore come un conflitto tra un forte superego e un nuovo io egemone. Un personaggio che sembra secondario, ma che diventa centrale nel dar voce al conflitto interiore di Pereira, fornendogli la forza e legittimando il suo cambiamento.

La storia è ambientata a Lisbona, in Portogallo nel periodo del salazarismo portoghese, del fascismo italiano e della guerra civile spagnola. Ma al di là del periodo, al di là dell’ambiente in cui la storia è narrata, credo che Sostiene Pereira possa riguardare tutti. Pereira potremmo essere tutti noi. Per quella grandissima fatica di cambiare e anche per il coraggio di riuscire a farlo. Finalmente.

Sostiene Pereira è un libro che tutti dovremmo leggere. Tutti.

L’opera di Antonio Tabucchi è diventata una graphic novel grazie alle bellissime illustrazioni di Pierre-Henry Gomont, quella del protagonista viene ripresa nel segnalibro.

Buona lettura.

 

Il teatro dei sogni di Andrea De Carlo

Si tratta del primo libro che leggo di Andrea De Carlo. Lo dico perché guardando qua e là tra le varie opinioni relative a questo scritto ho trovato opinioni contrastanti: di chi fatica a riconoscere nell’opera le qualità dell’autore, ma c’è anche chi lo descrive come l’espressione ritrovata dello scrittore a cui nel tempo ci si è affezionati, rischiando di perderlo ad un certo punto.

Per me è tutto nuovo.

Ho iniziato a leggere Il teatro dei sogni e mi sono fermata, diverse volte. E in mezzo ci sono state altre letture. Forse perché era lontano dai miei soliti libri, dalle tematiche con cui mi trovo a mio agio.

Ma il titolo mi spingeva a riprenderlo. E poi la lettura è partita, fino alla fine.

Il teatro dei sogni. Il titolo si comprende soltanto all’ultima pagina. E forse è per questo che sono arrivata alla fine. Il sogno riguarda il desiderio di tornare ai sentimenti veri, autentici. Il tipo di sogno che può rovinare una persona, o renderla felice!

La scrittura di De Carlo è scorrevole, coinvolgente, semplice, ma nel senso che riesce a farti entrare immediatamente nella storia. E un po’ ti inganna. Perché questa piacevolezza nel leggere, in realtà, cela una situazione piuttosto desolante: quella dei social, delle apparenze, di una società e di una politica che non è interessata all’approfondimento. Ma soltanto alle notizie da gridare per poi dimenticare. È un ritratto piuttosto sconfortante di quello che ci circonda.

Mi è piaciuto molto il protagonista, Guiscardo Guidarini che con il suo Teatro dei Sogni riesce a farsi gioco di chi lo circonda e riesce a mettere in evidenza le contraddizioni e la povertà di una certa impostazione politica e sociale. Intensa la scena finale che vale tutto il libro. Che ha a che fare con l’amore.

Prima di concludere, questo è l’unica recensione per cui non ho pensato ad un segnalibro, perché ho trovato la copertina bellissima. Forse una delle più belle per un libro e con piacere ho appreso  che si  tratta di un’immagine realizzata proprio da Andrea De Carlo. Molto bella!

 

Solo un ragazzo di Elena Varvello

 

Era da molto tempo che non mi succedeva di non riuscire a smettere di leggere un libro, di doverlo finire, di andare a letto tardi e svegliarmi presto con il pensiero alla storia.

Non voglio dire della trama perché è un libro che va letto, che deve essere scoperto, che all’inizio fai fatica a comprendere perché assumi il punto di vista dei protagonisti. E vivi con loro quello che pensano, che temono, che vorrebbero. Al punto da non capire più che cosa è vero.

Il libro ti fa sentire dolore e sofferenza. Quella che il figlio, adolescente, il protagonista della storia, non è riuscito a sentire. Ha fatto succedere delle cose e basta.  Li provi tu questi vissuti al suo posto. Perché lui non ha comunicato, lui non ha detto, lui si è chiuso nel suo mondo. Attraverso lo scorrere delle pagine, riesci a vivere il dolore dei genitori, delle sorelle per non averlo compreso, per non essere riusciti a cogliere il suo disagio. Ed entri drammaticamente in quello che succede in una famiglia quando il dolore invade tutti gli spazi. E quello stesso figlio che prima quasi non si vedeva, poi diventa tutto, anche se non c’è: è ovunque, occupa ogni momento, ogni pensiero. Si litiga per lui, si smette di vivere, di mangiare, di toccarsi, di amare. Ci si sente in colpa. Si prova rabbia, si cerca di fuggire. E si muore di dolore.

La scrittura di Elena Varvello è intensa, ti fa sentire sulla pelle quello che provano i protagonisti della storia. Riesce a farti essere ciascuno di loro.

Prima di concludere, una cara lettrice del blog ha voluto condividere con me il bisogno, in questo momento così faticoso per tutto quello che sta succedendo, di libri un po’ più leggeri, meno dolorosi, in grado di fare sognare, sperare. Divertire. Quando mi ha parlato, questo libro l’avevo già letto. E ho voluto comunque presentarvelo. Non leggetelo se vi sentite appesantiti, lasciatelo per un altro momento.

Con il prossimo libro cercherò di andare in una direzione diversa, meno drammatica. Più leggera.

Alla prossima e grazie per i vostri riscontri.

 

La figlia ideale di Almudena Grandes

Come scrive l’autrice nelle sue note finali La figlia ideale è un romanzo inventato, ma costruito su fatti reali.

Questa la trama riportata sul risvolto della sovracopertina: nel 1954 German Velazquez Martin decide di tornare a casa. Aveva lasciato la Spagna un attimo prima della caduta della Repubblica grazie all’aiuto del padre, psichiatra perseguitato dai franchisti. Negli anni dell’esilio in Svizzera, German si è laureato e in seguito ha condotto una importante sperimentazione su un nuovo farmaco. Per questo gli hanno offerto un posto nel manicomio femminile di Ciempozuelos, vicino a Madrid, dove ritrova Aurora Rodriguez Carballeira, che era stata la più enigmatica fra le pazienti di suo padre. Colta e intelligentissima, Aurora era affetta da una grave forma di paranoia che l’aveva condotta a compiere il più atroce dei gesti. Condannata per l’omicidio della figlia Hildegart, Aurora vive da anni un uno stato di apatia, interrotto solo per fabbricare inquietanti pupazzi di stoffa….Scardinare le difese di una mente così intricata sarebbe impossibile senza un alleato, ma German può contare su Maria, infermiera ausiliaria già messa a dura prova dalle esperienze della vita, malgrado la giovane età. Per lei infatti Aurora ha una considerazione particolare, insieme trascorrono lunghi pomeriggi studiando le piante e consultando il mappamondo alla ricerca di posti lontani. Sfidando le convenzioni, lo psichiatra si avvicina a Maria, finche tra i due nasce un sentimento puro e fragile, che per sopravvivere dovrà sottrarsi alle ombre del passato di entrambi.

Questa la storia. Che, forse, si dilunga troppo (520 pagine) e che apre a molti, troppi personaggi, in un continuo passaggio tra il passato e il presente che rischia di farti perdere. Nonostante questo, la figura del protagonista, German, riesce a tenere le cose insieme e finisci per coinvolgerti: intense le righe sulla relazione con le pazienti del manicomio e la descrizione sugli approcci, sugli avvicinamenti a donna Aurora. Commuovente la storia della famiglia che lo accoglie in Svizzera, ebrei costretti a fuggire dalla Germania con un lutto che non supereranno mai. Tenera la storia d’amore con Maria, che intuisci fin dalle prime righe, ma che non termina come si vorrebbe. Personalmente, quello che più mi è rimasto di questo romanzo sono stati i riferimenti sull’impatto che ebbe l’asfissiante morale nazionalcattolica sulla vita privata delle internate dei manicomi e, per estensione, delle donne che vivevano nella Spagna del dopoguerrra. E, insieme, la possibilità di identificarmi con il protagonista, German,  promotore di un movimento di rinnovamento psichiatrico che metteva in discussione i metodi tradizionali per promuovere un radicale cambiamento nella cura della malattia mentale, una corrente, questa, severamente repressa dalla dittatura franchista. Il romanzo ritrae il franchismo da una prospettiva originale. Non meno drammatica. Per questo vale la pena leggerlo. E riflettere.

Buona lettura!

 

 

Le nostre anime di notte di Kent Haruf

 

 

 

 

 

 

 

 

Cittadina di Holt, Colorado. Un giorno l’anziana vedova Addie Moore fa una visita inaspettata a Louis Waters, vicino di casa anch’egli vedovo. La sua proposta è diretta: “vuoi passare le notti da me?”

Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis, che considera inspiegabile. Anche il figlio della donna cerca di frapporsi tra i due, usando l’affetto della madre per il nipotino Jamie come leva per convincerla a interrompere la sua frequentazione con Louis. Alla fine i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto.

Al di là della trama, riportata anche sul libro, credo che l’essenza di questo breve romanzo stia nella sua immediatezza. Di stile, di parole, di dialoghi che non vengono nemmeno graficamente introdotti.

La proposta ritenuta scandalosa da paese, figli, vicini, viene espressa subito, nelle prime pagine. Questo permette al lettore di sentire che non c’è tempo da perdere. Che i due protagonisti non vogliono perdere tempo. O vogliono che quel loro tempo diventi significativo, “prima che sia troppo tardi”.

In questo, l’incontro con una generazione, quella dei figli, in difficoltà rispetto a rendere significativo il tempo. Addie Moore ha un figlio e un nipote. E una nuora che viene descritta come non disposta a nessun compromesso.  Un figlio che controlla tutto, che è protettivo, che soffoca. Che non ha mai elaborato il senso di colpa per quello che è accaduto, da bambini, alla sorella Connie, investita da un auto mentre giocavano a rincorrersi. Le pagine che descrivono l’incidente, lasciano senza fiato. La morte arriva senza darti il tempo di prepararti. Questo stesso figlio, che chiede aiuto, ma non è disponibile a darne, a comprendere.

È nella terza generazione, quella di Jamie, sei anni, il nipote di Addie che l’autore colloca una possibilità. Toccano nel profondo la parole e lo scambio di Louis con il bambino davanti alla scatola dei topini, appena nati:

Sono quasi pronti per lasciare il nido, disse Louis

Cosa faranno?

Faranno quello che vedranno fare alla madre. usciranno in cerca di cibo e costruiranno un nido per conto proprio ed entreranno in contatto con altri topi e avranno dei cuccioli.

Non li vedremo più?

Probabilmente no. Potremmo vederli in giardino oppure fuori, interno al garage, lungo qualche muro o accanto al capanno. Dovremo guardare bene.

Come mai la madre se n’è andata? Li ha lasciati soli.

Ha paura di noi. Ha più paura di noi che di lasciare i cuccioli da soli.

Ma noi non facciamo niente ai topolini vero?

No. Non voglio topi in casa, ma non mi dà fastidio se stanno qui fuori.

Kent Haruf era malato mentre scriveva, un anziano malato che lotta contro il tempo per riuscire a raccontare tutta la storia che ha dentro, anche a costo di farlo senza la consueta precisione. Il libro è uscito postumo, dopo la sua morte.

Leggerlo mi ha messo in contatto con il concetto di intimità. A cosa significa per me. Cosa vuol dire vivere insieme, resistere. Rendere significativo il tempo. Non perderlo. Smettere di avere pregiudizi, smettere di giudicare. Lasciar liberi.

Nel libro, l’autore cita un componimento poetico di T.S. Eliot dal titolo Il Canto d’amore di J. Alfred Prufrock. Louis ne parla con Addie, in uno dei loro momenti di vicinanza, racconta che da giovane andava matto per la poesia. Ma quel componimento non è per un giovane, non sono versi d’amore. Raccontano solitudini esistenziali. Credo che Haruf stesse parlando a se stesso e alla seconda generazione, di cui anche io faccio parte, con la speranza che questo suo scritto ci guidi. A rendere significativo il tempo.

Ve ne riporto l’ultima parte:

Divento vecchio….divento vecchio…

Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?

Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.

Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde

Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:

quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare

Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune

Finchè le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

 

Spero che decidiate di leggerlo.

Il segnalibro racconta di chi non smette mai di guardare avanti.

Buona lettura!

 

 

Lo Straniero di Albert Camus

Nell’edizione Bompiani, il libro viene presentato così: pubblicato nel 1942, Lo straniero è un classico della letteratura contemporanea. Protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte- senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Meursault è un eroe “assurdo”, e la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e di sentire. E ancora, nell’introduzione di Roberto Saviano, questa breve descrizione: Meursault è un impiegato di origini francesi che vive ad Algeri. Ci viene presentato quando apprende la notizia della morte dell’anziana madre, e sin dal principio anche noi siamo vittime di un sentimento cui non riusciamo ancora a dare un nome: siamo straniati dalla impassibilità di Meursault. Non ci piace Meursault, è apatico. È tanto diverso da come noi immaginiamo noi stessi. Poi in un caldo pomeriggio avviene la nostra separazione definitiva dal personaggio, mentre cammina sulla spiaggia, sole negli occhi, ha uno scontro con un arabo e nella colluttazione gli spara, uccidendolo. Meursault viene arrestato e non cerca giustificazioni. Viene condannato a morte e non cerca conforto nella religione. Tutt’altro, negli ultimi momenti della sua vita ragiona su quanto tutto sia assurdo, su quanto l’universo sia insensibile e indifferente verso l’umanità. L’unica consolazione si trova forse nel destino comune.

Al termine della lettura, rileggo la presentazione: mi sembra di aver letto un altro libro. Per questo decido di approfondire.

Il titolo originale dell’opera è L’Etranger. E’ stato tradotto con Lo Straniero. Il termine “straniero” etimologicamente è legato al termine “estraneo”. La particella “stra-“ di parole quali “stra-niero”, “estra-neo”, “stra-no”, “stra-niante” derivano dalla forma latina che indica ciò che sta fuori in senso fisico, rispetto a ciò che sta dentro.

Albert Camus nacque nel 1913 in Algeria. Francese in Algeria. Francese che vive tra francesi d’oltremare. Francese che vive tra arabi. Francese che vive tra arabi che percepiscono le sue origini europee come un privilegio; eppure francese che proviene da una famiglia umile, di lavoratori. Camus nella sua vita si sentirà straniero sempre e per tutti. Lo straniero.

C’è dell’altro nella sua biografia. Camus nacque dall’amore di una madre che non sapeva leggere e scrivere e da un padre che conobbe solo in fotografia. Sua madre faceva le pulizie mentre suo padre, operaio in una cantina agricola, ferito durante la battaglia della Marne, morì con “il cranio aperto. Cieco e agonizzante durante una settimana […]”(“L’Envers et l’Endroit”, Il Rovescio e il Diritto 1938) servendo “un paese che non era suo”. Camus scrisse nella prefazione di 1958 “Solo col silenzio, col riserbo, con la naturale e sobria fierezza, questa famiglia che non sapeva nemmeno leggere, m’ha dato allora le lezioni più alte, che durano sempre”.  Il piccolo Albert crebbe con la madre affettuosa che parlava poco e il fratello maggiore Lucien ad Algeri nel quartiere popolare di Belcourt. Scriverà più tardi: “Non ho imparato la libertà da Marx. Ѐ vero: l’ho imparata dalla miseria”. Notato dal suo istitutore, Louis Germain e incoraggiato a leggere dallo zio macellaio appassionato di letteratura, Albert ottenne una borsa che gli permise di seguire studi superiori e poi universitari. Con il ruolo di portiere, fece parte della squadra di calcio “tanto amata” del Racing universitario di Algeri. Quando aveva appena 17 anni, nel 1930, Camus contrasse la tubercolosi. La malattia non gli permise di scegliere la carriera del calciatore. Gli impedì di passare il concorso per diventare insegnante di ruolo nella scuola superiore e all’università. Un suo grande desiderio. E nel 1939, ancora per la malattia, il suo arruolamento venne rifiutato.

Scrisse L’Etranger in quegli anni. L’estraneo. Forse avrei scelto questo titolo per il libro. Forse era così che Camus intendeva il suo Meursault.

Vi chiederei ora di rileggere il libro alla luce delle note biografiche, ripensando a quella indifferenza come alla necessità di vivere le proprie emozioni come qualcosa di estraneo, il mondo interno come terra straniera. Per non soffrire, per sopravvivere. Senso di estraneità, essere stranieri. Torniamo al significato etimologico di queste due parole, dall’opposizione marcata e netta tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori. Ogni evento o persona che minaccia i nostri confini suscita in noi paura.  Mi sembra che l’indifferenza di Meursault/Camus in realtà rappresenti il tentativo di mettere fuori quelle emozioni che rischiano di far soffrire quando la vita non va come dovrebbe. Quando alcune circostanze del tutto casuali, ti costringono a rivedere tutto: la vita senza un padre, la malattia che ti toglie ogni possibilità, i tuoi desideri.

Non ho provato antipatia per Meursault, mi ha disorientato all’inizio. Ma grazie allo stile e alla scrittura di Camus è possibile sentire tutte le emozioni che lui non si può permettere, che non vuole sentire: le trovi nelle descrizioni, tra le righe, nei profumi appena accennati, negli odori, nei rumori. Le trovi quando al funerale della madre, in presenza di una donna che piange, l’unico suo pensiero: avrei voluto non sentirla più. Non è indifferenza. Ti trovi ad emozionarti quando descrive il rapporto con Marie, la donna che lo vorrebbe sposare: ne descrive i gesti, i profumi, alcuni dettagli dell’abito, dello sguardo. Lo spostamento sui dettagli, sulle cose inanimate, sulle sensazioni del corpo forse un modo per non entrare in contatto con le parti più umane, più emozionanti. Che legano. E che rischiano di far soffrire.

L’uccisione dell’arabo arriva quando le cose che succedono sono belle, piacevoli, quasi desiderate: Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, il silenzio eccezionale di una spiaggia dov’ero stato felice. Allora ho sparato altre quattro volte su un corpo inerte nel quale le pallottole si conficcavano senza lasciare traccia. Ed è stato come se bussassi quattro volte alla porta dell’infelicità.

Quel gesto non è assurdo, Meursault non è un eroe “assurdo”. Quel gesto accade, ma non per caso: credo che abbia a che fare con il disperato e inconsapevole terrore della propria felicità. Farsi responsabile della propria infelicità per non trovarsi impreparato, ancora una volta, smentito dalla vita.

Ed è proprio durante la sua prigionia che Meursault entra in contatto con le sue emozioni, con il suo sentire ed è grazie alla scrittura di Camus che ci arriva tutta quella intensità: uscendo dal palazzo di giustizia per salire sul cellulare, ho riconosciuto per un breve istante l’odore e il colore delle sere d’estate. Dall’oscurità della mia prigione mobile ho ritrovato a uno a uno, come dal fondo della mia stanchezza, tutti i suoni familiari di una città che amavo e di un’ora in cui mi capitava di sentirmi contento. Il richiamo degli strilloni nell’aria già distesa, gli ultimi uccelli nei giardini, il grido dei venditori di sandwich, il lamento dei tram sui tornanti della città alta e quel rumore del cielo prima che la notte si rovesci sul porto: tutto ciò ricomponeva per me un itinerario da cieco che mi era ben noto prima di entrare in prigione. Sì era proprio l’ora in cui, tanto tempo fa, mi sentivo contento. Ad attendermi, all’epoca, era sempre un sonno leggero e senza sogni. E tuttavia qualcosa era cambiato, poiché, con l’attesa dell’indomani, quella che ho ritrovato è stata la mia cella. Come se i percorsi familiari tracciati nei cieli d’estate potessero portare tanto alle prigioni quanto ai sonni innocenti.

Non ci sono altre parole. Un libro da leggere. Nel proprio sentire si raggiungere la completezza.

Stava lavorando su un grande racconto autobiografico Le Premier Homme (Il primo uomo incompiuto, 1994) quando Albert Camus morì il 4 gennaio 1960 in un incidente d’auto guidato dal suo editore Michel Gallimard. In tasca aveva un biglietto ferroviario non utilizzato: si crede avesse pensato di compiere quel viaggio in treno, cambiando idea solo all’ultimo momento. André Malraux gli aveva appena proposto di prendere la direzione di un teatro parigino che avrebbe chiamato Nouveau théatre (Nuovo Teatro).

Il segnalibro: “Era ricoperto di pietre giallastre e di asfodeli bianchissimi sul blu già intenso del cielo

 

Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood

L’emozione per questa recensione va al di là del libro: si tratta della prima lettura nata dalla segnalazione di una lettrice del blog. Un’amica lettrice. Ti ringrazio Marilena per aver compreso il senso di questo blog: i libri come occasione di scambio, riflessioni condivise e scambio di emozioni!

Spero e attendo altri consigli di lettura da tutti voi!!!!!

E ora veniamo al libro. La trama in breve: in un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato Totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Offred ha solo un compito nella neonata Repubblica di Gilead: garantire una discendenza all’èlite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette Ancelle, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione.

Ho iniziato questo libro e dopo una decina di pagine mi sono fermata. Per un mese. Il razionale era “questo genere non fa per me”, in realtà era soltanto il tentativo di allontanare quella sgradevole sensazione di qualcosa che non ha tempo, ma che comunque, ti tocca. Ti riguarda. Non è un genere, è il tentativo di mascherare qualcosa che può riguardare tutti. Ieri, oggi e domani.

Viene definito un libro distopico. Per distopia, o anche antiutopia, si intende un libro che descrive o rappresenta uno stato futuro di cose che, in contrapposizione all’utopia, presenta situazioni e sviluppi sociali, politici e tecnologici altamente negativi, in genere indica un’ipotetica società (spesso collocata nel futuro) nella quale alcune tendenze sociali, politiche e tecnologiche percepite come negative o pericolose sono portate al loro limite estremo.

L’ho ripreso durante un viaggio in treno di ritorno dalle vacanze di Natale e non è stato possibile smettere, nonostante permanesse quel senso di disagio: qualcosa di impossibile che non lo era del tutto, che tentava di essere impersonale e freddo ma che poi ti coinvolgeva con emozioni, sentimenti, ricordi.

Il libro viene raccontato in prima persona, della protagonista arriviamo a conoscerne il nome soltanto a pag. 266 e questo ti porta inevitabilmente a identificarti. Offred. Perché di Fred. Non il suo vero nome, ma quello stabilito dalla Repubblica di Gilead. Offred. Of Fred. Di Fred. Appartenente a Fred.

Alcune parti ti costringono a fermarti. Crude verità.

 “Noi abbiamo dato loro più di quanto non abbiamo tolto” dice il Comandante. “pensate alla situazione in cui si trovavano prima, pensate ai bar per donne sole, all’indegnità degli appuntamenti a sorpresa. Era il mercato della carne. Non ricordate il terribile divario tra coloro che potevano avere un uomo facilmente e quelle per le quali era impossibile? Alcune di loro, prese dalla disperazione, deperivano per dimagrire, altre si gonfiavano i seni col silicone, altre ancora si facevano tagliare il naso. Quanta infelicità!” Accenna, agitando una mano, a una pila di vecchie riviste.

“Si lamentavano sempre. Problemi di qui, problemi là. Vi ricordate delle colonne di annunci personali? Vivace, graziosa, trentacinquenne….in questo modo un uomo lo trovavano, ma poi, se si sposavano, spesso restavano sole, con un figlio o due perché il marito, stanco di loro, scompariva, così che si trovavano costrette ad affidarsi alla pubblica assistenza. Oppure, se avevano un lavoro, dovevano lasciare i figli al doposcuola o affidarli a qualche donna ignorante e brutale, che dovevano pagare loro stesse, sottraendo il denaro alle loro misere buste paga. Il denaro era l’unica misura del valore, per tutte, l’essere madri non dava diritto al rispetto. Non c’è da meravigliarsi quindi che stessero addirittura rinunciando alla maternità. Ora, invece, sono protette, possono adempiere in pace ai loro destini biologici, con pieno sostegno e incoraggiamento. Adesso, ditemi il vostro parere, siete persone intelligenti, vorrei sapere che ne pensate. C’è qualcosa che abbiamo trascurato?”

“L’amore” rispondo.  “l’innamorarsi….”

Questo scambio, quello più significativo del libro, va avanti e descrive la vita a Gilead: parla di autorità maschile, della necessità di sottomettersi all’autorità maschile. Alla maternità come possibilità di salvezza. Dal peccato originale. All’amore. Alle donne che amavano. E che si sentivano libere di cambiare. Senza limiti. E alla condanna alla fissità. Che apre necessariamente a ciò che è necessario nascondere. Le prostitute. Le donne nel club.

E in testa alcune domande del mio presente: cosa c’entra la libertà con l’assenza di limiti? Cosa c’entra l’amore con l’assenza di limiti? Cosa significa sentirsi libera?

E nelle pagine finali, quelle in cui vengono riportati gli atti del simposio del 2195 in cui storici partendo da  Il Racconto dell’Ancella, quale testimonianza storica e diretta, si confrontano sull’organizzazione di Gilead:

“Come abbiamo sentito durante la discussione del comitato di esperti, Gilead, sebbene indubbiamente patriarcale nella forma, fu saltuariamente  matriarcale nel contenuto (….) Come gli artefici di Gilead ben sapevano, per istituire un sistema totalitario efficace o invero un qualsiasi sistema è necessario offrire qualche beneficio e qualche libertà, almeno a pochi privilegiati, in cambio di ciò che viene loro tolto. A questo proposito è opportuno un commento sull’organizzazione femminile di controllo nota come le Zie. Judd, era dell’opinione fin dall’inizio che fosse più efficace ed economico far controllare le donne, a scopi riproduttivi e altro, a opera delle stesse donne. Non mancavano i precedenti storici; infatti in qualsiasi impero, imposto con la forza o in altro modo, il controllo degli indigeni è sempre stato effettuato da membri del loro stesso gruppo. Nel caso di Gilead, c’erano molte donne desiderose di coprire il ruolo di Zie, sia a causa di un’autentica fiducia in ciò che chiamavano “valori tradizionali”, sia per i benefici che potevano trarne. Quando il potere è scarso, averne anche solo un poco costituisce una tentazione. C’è un altro incentivo: donne senza figli o sterili o anziane, che non fossero sposate, potevano prendere servizio nei ranghi delle Zie e quindi sfuggire al rischio del sovrannumero e al conseguente invio per mare alle infami Colonie, che erano costituite da popolazioni mobili usate soprattutto per la rimozione di materiale tossico, anche se, con un po’ di fortuna, si poteva venire assegnati a compiti meno rischiosi, quali la raccolta del cotone o della frutta”.

Mi sono domandata quale fosse il significato profondo del termine matriarcato e a scoprire che nel mondo oggi esistono oltre cento società matriarcali. Una società matriarcale è una comunità di persone basata sulla centralità della figura femminile. Luoghi dove non è necessaria una “Festa della mamma”, perché la maternità e la femminilità sono celebrate ogni giorno. Queste società, che oggi è possibile rinvenire soprattutto in Asia, nelle Americhe e in Africa corrono il serio rischio di sparire sotto la forte spinta della globalizzazione. In alcuni testi, viene riportato che il loro valore non è soltanto storico (alcune di queste organizzazioni vantano una tradizione millenaria), anche perché la loro struttura politica, economica, sociale e spirituale può essere di grande importanza per noi occidentali, in quanto ci insegna a organizzare e promuovere società non violente e mutuali, dove le donne sono al centro dell’ordinamento sociale, ma non per questo ricorrono a forme di dominio per guidare la propria comunità. Ecco il punto, spesso si confonde il matriarcato con l’idea di “dominio della donna”. In realtà, in siffatte organizzazioni sociali, ci si basa su una vera e propria partnership uomo-donna, che continua a tener vivo un diverso modello di civiltà per donne e uomini. Ora mi è più chiaro: patriarcato o matriarcato, poco cambia quando  la logica è quella del dominio.

Nelle pagine conclusive, negli atti del Dodicesimo Simposio di Studi Gileadiani del 2195 vengono citate le opere del relatore tra cui Iran e Gilead: due Monoteocrazie del Tardo Secolo Ventesimo viste attraverso i diari. Il libro è stato scritto nel 1985, letto da me nel 2020, lo studio futuristico del 2195.

La sensazione che poco o  nulla sia cambiato. Vorrei che questo libro fosse letto per far nascere domande e riflessioni. Forse è più un libro da donne, per donne. Ne vale la pena.

Il segnalibro, una figura ambigua, uomo o donna? Chi comanda nella Repubblica di Gilead: uomini sulla carta ma donne nella sostanza. Chi domina e chi viene dominato?

 

La quarta parete di Sorj Chalandon

La quarta parete è quel muro immaginario che dal lato del palcoscenico separa gli attori dal pubblico, ma allo stesso tempo li unisce in un patto in cui la finzione è accettata e il dubbio sospeso.

Nel mito di Antigone, Creonte re di Tebe vieta di seppellire il corpo del nipote Polinice accusato di tradimento perché ha tentato di assediare la città. Antigone, sorella di Polinice, viola la legge imposta da Creonte. L’opera di Sofocle si concentra su tale divieto e sullo scarto esistente tra la sfera pubblica, della polis, e quella privata, della famiglia. Il valore della polis è assoluto: chi difende la città è nel giusto mentre, al contrario, chi ne è nemico risulta sempre colpevole. Per Antigone, il rispetto della morte viene prima di tutto. Le visioni sono inconciliabili e Sofocle evidenzia l’assenza di una soluzione che metta d’accordo tutti, sancendo la morte di Antigone e la distruzione della casata di Creonte.

Nel 1942, Jean Anouilh, grande appassionato dei classici greci, reinterpreta il dramma di Sofocle in un atto unico, in prosa, rivolto verso il doloroso momento storico in cui si trova a vivere. Era l’anno in cui Parigi, sotto il governo di Vichy, subisce l’assedio nazista. Nella sua opera, il dramma non è solo di Antigone ma anche di Creonte, dipinto come un sovrano saggio e per niente dispotico: egli non dimentica il suo dovere nei confronti della polis, nemmeno alla fine della tragedia. La giovane Antigone di Anouilh è desiderosa di battersi per rivendicare se stessa, al di là della pietà nei confronti del fratello. La ragazza ha bisogno di affermare il suo valore con un’azione eclatante, che sottolinei la forza dei suoi ideali e, mediante la sepoltura del fratello, conquista non solo visibilità agli occhi del mondo, ma anche consenso e approvazione. La tragedia di Anouilh si allinea alla perfezione con i propositi dello scritto di Sofocle: Antigone continua con la sua morte a prevalere su Creonte, trasformandosi nell’emblema della lotta contro le ingiustizie e i soprusi, preservando gli intenti più nobili in nome di una fratellanza che non è più solo di sangue ma universale.

Questa lunga premessa per arrivare al romanzo. La quarta parete racconta la storia di Georges, giovane ricercatore parigino con la passione per il teatro. Siamo all’alba degli anni Ottanta, il Maggio francese è passato da poco lasciando sul terreno disillusione e un generale senso di sconfitta. In Libano invece infuria una guerra civile. Samuel Akunis, regista greco di origini ebraiche, scappato alla dittatura ha un progetto: mettere in scena l’Antigone di Anouilh tra le strade di Beirut, straziate dalle lotte intestine e crivellate dai cecchini. Per la tragedia bisogna patteggiare una tregua di due ore e mettere insieme un cast che dia voce a ciascuna delle parti in campo: Antigone canterà la nostalgia della terra di Palestina, Creonte farà risuonare la fede maronita, Emone brucerà dell’amore di un druso. Samuel non potrà proseguire nella regia, malato gravemente chiede aiuto all’amico di sempre, Georges. Per lui sarà una scelta obbligata e toccherà a lui proseguire nella regia dell’Antigone. Una tragedia che diverrà totale e assoluta in cui la quarta parete collasserà: il palcoscenico allora diventa la vita, la finzione diventa la realtà. Un unico totale dramma in cui il lettore invece che verso una tregua, andrà incontro alla morte. Vera. Tragica. Che umilia. Che toglie dignità. Non c’è niente di emblematico e trionfalistico nella morte dell’Antigone di Georges. C’è soltanto il vuoto di senso. Che angoscia. Che ti lascia senza fiato.

Per Georges quello della guerra diventerà un mondo da cui non si torna indenni. E affrontare la sua personale quarta parete lo metterà a confronto con le difficoltà di fare rientro nella vita.

 

In principio, confusione e paura di Reuveni

 

Questo è un libro che mi è stato consigliato, non credo ci sarei mai arrivata da sola perché l’avrei scambiato per un libro storico o di politica. Che solitamente tendo ad evitare. Ma chi me l’ha segnalato non si occupa né di storia, né di politica, ma di fatti umani, di relazioni, di mondi interni. Per questo l’ho letto. Ed è questo che ho trovato.

Partirei dall’autore: Reuveni è nato nel 1886 in Ucraina e poi si è trasferito in Palestina nel 1910 diventando non solo spettatore, ma anche attore della nascita sofferta dello Stato Israeliano. Ha vissuto quel principio. La confusione e la paura, da cui il titolo, le ha vissute prima di metterle in scena nella trilogia che attraversa gli anni successivi alla prima guerra mondiale, trilogia della quale questo libro è la prima parte, l’unica pubblicata.

Siamo a Gerusalemme poco prima dell’inizio del primo conflitto mondiale. La Palestina è una provincia della Turchia. E la Turchia entra in guerra con la Russia. La maggior parte degli ebrei immigrati a Gerusalemme in cerca della propria patria vengono dalla Russia e si trovano a vivere in uno stato, quello ottomano, che è allo stesso tempo ospitante, ma anche occupante e nemico in guerra.

I personaggi del libro ruotano attorno alla redazione di un giornale socialista. Il loro modo di porsi rispetto alle vicende sociali e politiche rivela un crescendo di confusione e di paura che porterà ciascuno a prendere una posizione diversa. Se al principio, la tensione riguarda l’interrogativo: saremo tollerati o considerati nemici? Successivamente, una scelta da fare: opporre resistenza, ottomanizzarsi o partire condannandosi all’ennesima diaspora? Per ciascuno questi interrogativi aprono a vicende personali ma anche a percorsi interni e con loro il lettore è portato a riflettere: al concetto di appartenenza, a quanto sia importante, quasi necessario; a cosa significa resistere per difendere la propria identità culturale e ideologica. A cosa significa essere portatori di un’identità culturale ed ideologica senza però una madre patria. Un territorio che ci vede nascere, crescere e tornare quando ne abbiamo bisogno. Cosa diventa a quel punto l’identità di ciascuno? Da cosa passa il senso di appartenenza? Come si risponde alla paura e alla confusione dovuta all’instabilità identitaria? Penso a tutti questi personaggi anche come parti interne di ciascuno: che dialogano, litigano che si scontrano nel processo di individuazione e di crescita. Confusione e paura accompagnano il percorso di tutti verso le proprie scelte o verso le non scelte e quest’ultimo modo di muoversi nella vita prende la forma del contabile Tziprovitch, il classico inetto della letteratura ebraica, nel suo non voler prendere alcuna decisione permette di osservare le contraddizioni degli uomini attorno a sé: chi rinuncia alla propria identità culturale, chi rinuncia all’appartenenza territoriale e chi rimane, in preda a continue incertezze, insicurezze, indecisioni, timori. In attesa che qualcuno o qualcosa decida per lui.

Tutto questo rende l’opera di Reuveni quanto mai attuale e moderna.

Il segnalibro, l’abbraccio di una madre patria…..

 

La vita davanti a sè di Romain Gary (Emile Ajar)

Io mi chiamo Mohammed, ma mi chiamano tutti Momò per far prima.

“Sessant’anni fa, quando ero giovane, ho incontrato una ragazza che mi ha amato e che ho amato anch’io. È andata avanti per otto mesi, poi lei ha cambiato casa, e io me ne ricordo ancora sessant’anni dopo. Le dicevo: “Non ti dimenticherò”. Passavano gli anni e io non la dimenticavo. Certe volte avevo paura perché avevo ancora molta vita davanti a me, e che promessa potevo mai fare a me stesso, io, povero uomo, se è Dio che tiene in mano la gomma da cancellare? Adesso però sono tranquillo. Non dimenticherò Djamila. Mi resta poco tempo, morirò prima”.

Ho pensato a Madame Rosa, ho esitato un po’ e poi ho domandato:

“Signor Hamil, si può vivere senza amore? “

Non ha risposto. Ha bevuto un po’ di thè alla menta che fa bene alla salute. Da un po’ di tempo il signor Hamil portava sempre una jellaba grigia, per non farsi trovare in giacchetta al momento della chiamata. Mi ha guardato ed è rimasto in silenzio. Doveva pensare che ero ancora vietato ai minori e che c’erano delle cose che non dovevo sapere. A quel tempo dovevo avere sette anni o forse otto, non ve lo posso dire con precisione perché non sono stato datato, come saprete quando ci conosceremo meglio, se trovare che ne vale la pena.

“Signor Hamil, perché non mi rispondete?”

“Sei molto giovane, e quando si è molto giovani ci sono delle cose che è meglio non sapere”

“Signor Hamil si può vivere senza amore?”

“Sì” ha detto, e ha abbassato la testa come se si vergognasse.

Mi sono messo a piangere.

Con questo dialogo si apre La vita davanti a sé: un dialogo che ti lascia senza fiato per la sua immediatezza, una domanda che si ripete per tutta la storia: una ripetizione che nasce da un’angoscia, dalla paura della solitudine, dal disperato tentativo di avere un’altra risposta. E di trovare quell’amore che rende possibile vivere la vita davanti a sé.

La vita davanti a sé racconta la storia di Momò, un ragazzino arabo e musulmano, nella banlieue di Belleville, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, Madame Rosa. È la storia di un profondo amore materno, in un condominio della periferia francese dove non contano i legami di sangue e dove le tragedie della storia di ciascuno diventano un patrimonio collettivo, punti di incontro e di collaborazione che aiutano ad andare avanti. Un romanzo sentimentale e poetico, una storia che viene raccontata e vista dagli occhi di un bambino; una voce narrante ingenua che pur registrando le contraddizioni della realtà non rinuncia ai legami, agli affetti. Li ricerca in continuazione.

Uno stile narrativo semplice, immediato ma che riesce a cogliere la complessità delle relazioni tra persone con tutte le sfumature emotive ed affettive che ne derivano.

Non ho mai faticato così tanto a scrivere di un libro e nel tentare di farlo ho compreso il motivo: il piccolo Momò riesce a dar voce a quelle angosce da cui gli adulti si difendono e scrivere di questa storia ti obbliga a passare ad un livello più profondo. Passare dalla narrazione al sentire quello che provi: e allora, mentre le pagine scorrono, entri in contatto con i bisogni di vicinanza, di affetto, di accudimento, di affiliazione. Di appartenenza. Bisogni che fanno superare ciò che sembra impossibile da conciliare: e quindi scopri un mondo in cui una mamma ebrea può prendersi cura di un bimbo arabo, musulmano. Bisogni con cui gli adulti faticano ad entrare in contatto. Che sentono, ma che spesso non concedono e non si concedono. Commuove il finale, quando il giovane Momò parla della famiglia che l’ha accolto: vi hanno chiamato perché ci avete il telefono, avevano creduto che foste qualcosa per me. E’ stato così che siete venuti tutti e che mi avete preso con voi in campagna senza nessun obbligo da parte mia. Io penso che avesse ragione il signor Hamil quando ci aveva ancora tutta la testa e che non si può vivere senza nessuno da amare, ma non vi prometto niente, bisogna vedere. Io ho amato Madame Rosa e continuerò a vederla. Ma voglio lo stesso restare con voi un certo tempo, visto che sono i vostri marmocchi a volerlo. È stata la signora Nadine che mi ha fatto vedere come si può fare a far andare il mondo all’indietro e la cosa mi interessa molto e la desidero con tutto il cuore.

Questo libro è stato pubblicato la prima volta nel 1975, ha vinto il Goncourt, il più prestigioso premio letterario francese, ed Emile Ajar, il suo misterioso autore divenne di colpo il romanziere più promettente degli anni Settanta. Nel 1980 il colpo di scena. La comparsa nelle librerie di Vita e Morte di Emile Ajar, un libretto di Romain Gary dato alle stampe pochi mesi dopo la sua morte, rivelò al mondo letterario francese una verità inaspettata: l’autore di queste pagine era Gary stesso, l’eroe di guerra, il diplomatico, già vincitore di un Goncourt considerato un romanziere oramai in declino. L’unico a riuscire nell’impresa di vincere due Goncourt (impossibile per il regolamento). Nel dicembre del 1980 Gary si uccide, con un colpo di pistola alla testa. Ho voluto approfondire: dopo una vita tragica e avventurosa, spesso mondana e segnata dalla costante pulsione a mescolare e imbrogliare carte e piste, personaggi e identità (se ne inventerà almeno cinque), Gary a 66 anni, dopo una cena, sembra essere tornato a casa, aver chiuso le tende della sua stanza e dopo aver poggiato sull’orecchio un telo da bagno rosso ha premuto il grilletto. Scrivono che non volesse impressionare con il suo sangue chi fosse intervenuto.   Sul tavolino, un messaggio indirizzato al suo editore: «Nessun rapporto con Jean Seberg. Quelli che amano i cuori infranti sono pregati d’indirizzarsi altrove (..) Perché allora? Forse la risposta va cercata nel titolo del mio libro autobiografico, La notte sarà calma, e nelle ultime parole del mio ultimo romanzo “poiché non si potrebbe dire meglio”: in fondo mi sono espresso pienamente». Un anno prima, l’ex moglie Jean Seberg, l’attrice americana di ventiquattro anni più giovane di lui, dalla quale, dopo aver avuto un figlio, si era separato nel 1970 (ma aveva continuato a frequentarla e a proteggerla), era stata trovata morta di un’overdose di barbiturici in una Renault 5, parcheggiata nel sedicesimo arrondissement di Parigi.

Risuona dentro di me la domanda del piccolo Momò: “…si può vivere senza amore?”.

Prima di concludere, l’edizione illustrata da Manuele Fior (la vedete nella foto) vale veramente la pena.

Il segnalibro…..rappresenta l’essenza del libro. Guardare avanti, nella relazione.