Solo un ragazzo di Elena Varvello

 

Era da molto tempo che non mi succedeva di non riuscire a smettere di leggere un libro, di doverlo finire, di andare a letto tardi e svegliarmi presto con il pensiero alla storia.

Non voglio dire della trama perché è un libro che va letto, che deve essere scoperto, che all’inizio fai fatica a comprendere perché assumi il punto di vista dei protagonisti. E vivi con loro quello che pensano, che temono, che vorrebbero. Al punto da non capire più che cosa è vero.

Il libro ti fa sentire dolore e sofferenza. Quella che il figlio, adolescente, il protagonista della storia, non è riuscito a sentire. Ha fatto succedere delle cose e basta.  Li provi tu questi vissuti al suo posto. Perché lui non ha comunicato, lui non ha detto, lui si è chiuso nel suo mondo. Attraverso lo scorrere delle pagine, riesci a vivere il dolore dei genitori, delle sorelle per non averlo compreso, per non essere riusciti a cogliere il suo disagio. Ed entri drammaticamente in quello che succede in una famiglia quando il dolore invade tutti gli spazi. E quello stesso figlio che prima quasi non si vedeva, poi diventa tutto, anche se non c’è: è ovunque, occupa ogni momento, ogni pensiero. Si litiga per lui, si smette di vivere, di mangiare, di toccarsi, di amare. Ci si sente in colpa. Si prova rabbia, si cerca di fuggire. E si muore di dolore.

La scrittura di Elena Varvello è intensa, ti fa sentire sulla pelle quello che provano i protagonisti della storia. Riesce a farti essere ciascuno di loro.

Prima di concludere, una cara lettrice del blog ha voluto condividere con me il bisogno, in questo momento così faticoso per tutto quello che sta succedendo, di libri un po’ più leggeri, meno dolorosi, in grado di fare sognare, sperare. Divertire. Quando mi ha parlato, questo libro l’avevo già letto. E ho voluto comunque presentarvelo. Non leggetelo se vi sentite appesantiti, lasciatelo per un altro momento.

Con il prossimo libro cercherò di andare in una direzione diversa, meno drammatica. Più leggera.

Alla prossima e grazie per i vostri riscontri.

 

Le nostre anime di notte di Kent Haruf

 

 

 

 

 

 

 

 

Cittadina di Holt, Colorado. Un giorno l’anziana vedova Addie Moore fa una visita inaspettata a Louis Waters, vicino di casa anch’egli vedovo. La sua proposta è diretta: “vuoi passare le notti da me?”

Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis, che considera inspiegabile. Anche il figlio della donna cerca di frapporsi tra i due, usando l’affetto della madre per il nipotino Jamie come leva per convincerla a interrompere la sua frequentazione con Louis. Alla fine i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto.

Al di là della trama, riportata anche sul libro, credo che l’essenza di questo breve romanzo stia nella sua immediatezza. Di stile, di parole, di dialoghi che non vengono nemmeno graficamente introdotti.

La proposta ritenuta scandalosa da paese, figli, vicini, viene espressa subito, nelle prime pagine. Questo permette al lettore di sentire che non c’è tempo da perdere. Che i due protagonisti non vogliono perdere tempo. O vogliono che quel loro tempo diventi significativo, “prima che sia troppo tardi”.

In questo, l’incontro con una generazione, quella dei figli, in difficoltà rispetto a rendere significativo il tempo. Addie Moore ha un figlio e un nipote. E una nuora che viene descritta come non disposta a nessun compromesso.  Un figlio che controlla tutto, che è protettivo, che soffoca. Che non ha mai elaborato il senso di colpa per quello che è accaduto, da bambini, alla sorella Connie, investita da un auto mentre giocavano a rincorrersi. Le pagine che descrivono l’incidente, lasciano senza fiato. La morte arriva senza darti il tempo di prepararti. Questo stesso figlio, che chiede aiuto, ma non è disponibile a darne, a comprendere.

È nella terza generazione, quella di Jamie, sei anni, il nipote di Addie che l’autore colloca una possibilità. Toccano nel profondo la parole e lo scambio di Louis con il bambino davanti alla scatola dei topini, appena nati:

Sono quasi pronti per lasciare il nido, disse Louis

Cosa faranno?

Faranno quello che vedranno fare alla madre. usciranno in cerca di cibo e costruiranno un nido per conto proprio ed entreranno in contatto con altri topi e avranno dei cuccioli.

Non li vedremo più?

Probabilmente no. Potremmo vederli in giardino oppure fuori, interno al garage, lungo qualche muro o accanto al capanno. Dovremo guardare bene.

Come mai la madre se n’è andata? Li ha lasciati soli.

Ha paura di noi. Ha più paura di noi che di lasciare i cuccioli da soli.

Ma noi non facciamo niente ai topolini vero?

No. Non voglio topi in casa, ma non mi dà fastidio se stanno qui fuori.

Kent Haruf era malato mentre scriveva, un anziano malato che lotta contro il tempo per riuscire a raccontare tutta la storia che ha dentro, anche a costo di farlo senza la consueta precisione. Il libro è uscito postumo, dopo la sua morte.

Leggerlo mi ha messo in contatto con il concetto di intimità. A cosa significa per me. Cosa vuol dire vivere insieme, resistere. Rendere significativo il tempo. Non perderlo. Smettere di avere pregiudizi, smettere di giudicare. Lasciar liberi.

Nel libro, l’autore cita un componimento poetico di T.S. Eliot dal titolo Il Canto d’amore di J. Alfred Prufrock. Louis ne parla con Addie, in uno dei loro momenti di vicinanza, racconta che da giovane andava matto per la poesia. Ma quel componimento non è per un giovane, non sono versi d’amore. Raccontano solitudini esistenziali. Credo che Haruf stesse parlando a se stesso e alla seconda generazione, di cui anche io faccio parte, con la speranza che questo suo scritto ci guidi. A rendere significativo il tempo.

Ve ne riporto l’ultima parte:

Divento vecchio….divento vecchio…

Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?

Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.

Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde

Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:

quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare

Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune

Finchè le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

 

Spero che decidiate di leggerlo.

Il segnalibro racconta di chi non smette mai di guardare avanti.

Buona lettura!

 

 

La vita davanti a sè di Romain Gary (Emile Ajar)

Io mi chiamo Mohammed, ma mi chiamano tutti Momò per far prima.

“Sessant’anni fa, quando ero giovane, ho incontrato una ragazza che mi ha amato e che ho amato anch’io. È andata avanti per otto mesi, poi lei ha cambiato casa, e io me ne ricordo ancora sessant’anni dopo. Le dicevo: “Non ti dimenticherò”. Passavano gli anni e io non la dimenticavo. Certe volte avevo paura perché avevo ancora molta vita davanti a me, e che promessa potevo mai fare a me stesso, io, povero uomo, se è Dio che tiene in mano la gomma da cancellare? Adesso però sono tranquillo. Non dimenticherò Djamila. Mi resta poco tempo, morirò prima”.

Ho pensato a Madame Rosa, ho esitato un po’ e poi ho domandato:

“Signor Hamil, si può vivere senza amore? “

Non ha risposto. Ha bevuto un po’ di thè alla menta che fa bene alla salute. Da un po’ di tempo il signor Hamil portava sempre una jellaba grigia, per non farsi trovare in giacchetta al momento della chiamata. Mi ha guardato ed è rimasto in silenzio. Doveva pensare che ero ancora vietato ai minori e che c’erano delle cose che non dovevo sapere. A quel tempo dovevo avere sette anni o forse otto, non ve lo posso dire con precisione perché non sono stato datato, come saprete quando ci conosceremo meglio, se trovare che ne vale la pena.

“Signor Hamil, perché non mi rispondete?”

“Sei molto giovane, e quando si è molto giovani ci sono delle cose che è meglio non sapere”

“Signor Hamil si può vivere senza amore?”

“Sì” ha detto, e ha abbassato la testa come se si vergognasse.

Mi sono messo a piangere.

Con questo dialogo si apre La vita davanti a sé: un dialogo che ti lascia senza fiato per la sua immediatezza, una domanda che si ripete per tutta la storia: una ripetizione che nasce da un’angoscia, dalla paura della solitudine, dal disperato tentativo di avere un’altra risposta. E di trovare quell’amore che rende possibile vivere la vita davanti a sé.

La vita davanti a sé racconta la storia di Momò, un ragazzino arabo e musulmano, nella banlieue di Belleville, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, Madame Rosa. È la storia di un profondo amore materno, in un condominio della periferia francese dove non contano i legami di sangue e dove le tragedie della storia di ciascuno diventano un patrimonio collettivo, punti di incontro e di collaborazione che aiutano ad andare avanti. Un romanzo sentimentale e poetico, una storia che viene raccontata e vista dagli occhi di un bambino; una voce narrante ingenua che pur registrando le contraddizioni della realtà non rinuncia ai legami, agli affetti. Li ricerca in continuazione.

Uno stile narrativo semplice, immediato ma che riesce a cogliere la complessità delle relazioni tra persone con tutte le sfumature emotive ed affettive che ne derivano.

Non ho mai faticato così tanto a scrivere di un libro e nel tentare di farlo ho compreso il motivo: il piccolo Momò riesce a dar voce a quelle angosce da cui gli adulti si difendono e scrivere di questa storia ti obbliga a passare ad un livello più profondo. Passare dalla narrazione al sentire quello che provi: e allora, mentre le pagine scorrono, entri in contatto con i bisogni di vicinanza, di affetto, di accudimento, di affiliazione. Di appartenenza. Bisogni che fanno superare ciò che sembra impossibile da conciliare: e quindi scopri un mondo in cui una mamma ebrea può prendersi cura di un bimbo arabo, musulmano. Bisogni con cui gli adulti faticano ad entrare in contatto. Che sentono, ma che spesso non concedono e non si concedono. Commuove il finale, quando il giovane Momò parla della famiglia che l’ha accolto: vi hanno chiamato perché ci avete il telefono, avevano creduto che foste qualcosa per me. E’ stato così che siete venuti tutti e che mi avete preso con voi in campagna senza nessun obbligo da parte mia. Io penso che avesse ragione il signor Hamil quando ci aveva ancora tutta la testa e che non si può vivere senza nessuno da amare, ma non vi prometto niente, bisogna vedere. Io ho amato Madame Rosa e continuerò a vederla. Ma voglio lo stesso restare con voi un certo tempo, visto che sono i vostri marmocchi a volerlo. È stata la signora Nadine che mi ha fatto vedere come si può fare a far andare il mondo all’indietro e la cosa mi interessa molto e la desidero con tutto il cuore.

Questo libro è stato pubblicato la prima volta nel 1975, ha vinto il Goncourt, il più prestigioso premio letterario francese, ed Emile Ajar, il suo misterioso autore divenne di colpo il romanziere più promettente degli anni Settanta. Nel 1980 il colpo di scena. La comparsa nelle librerie di Vita e Morte di Emile Ajar, un libretto di Romain Gary dato alle stampe pochi mesi dopo la sua morte, rivelò al mondo letterario francese una verità inaspettata: l’autore di queste pagine era Gary stesso, l’eroe di guerra, il diplomatico, già vincitore di un Goncourt considerato un romanziere oramai in declino. L’unico a riuscire nell’impresa di vincere due Goncourt (impossibile per il regolamento). Nel dicembre del 1980 Gary si uccide, con un colpo di pistola alla testa. Ho voluto approfondire: dopo una vita tragica e avventurosa, spesso mondana e segnata dalla costante pulsione a mescolare e imbrogliare carte e piste, personaggi e identità (se ne inventerà almeno cinque), Gary a 66 anni, dopo una cena, sembra essere tornato a casa, aver chiuso le tende della sua stanza e dopo aver poggiato sull’orecchio un telo da bagno rosso ha premuto il grilletto. Scrivono che non volesse impressionare con il suo sangue chi fosse intervenuto.   Sul tavolino, un messaggio indirizzato al suo editore: «Nessun rapporto con Jean Seberg. Quelli che amano i cuori infranti sono pregati d’indirizzarsi altrove (..) Perché allora? Forse la risposta va cercata nel titolo del mio libro autobiografico, La notte sarà calma, e nelle ultime parole del mio ultimo romanzo “poiché non si potrebbe dire meglio”: in fondo mi sono espresso pienamente». Un anno prima, l’ex moglie Jean Seberg, l’attrice americana di ventiquattro anni più giovane di lui, dalla quale, dopo aver avuto un figlio, si era separato nel 1970 (ma aveva continuato a frequentarla e a proteggerla), era stata trovata morta di un’overdose di barbiturici in una Renault 5, parcheggiata nel sedicesimo arrondissement di Parigi.

Risuona dentro di me la domanda del piccolo Momò: “…si può vivere senza amore?”.

Prima di concludere, l’edizione illustrata da Manuele Fior (la vedete nella foto) vale veramente la pena.

Il segnalibro…..rappresenta l’essenza del libro. Guardare avanti, nella relazione.