Non superare le dosi consigliate di C.R. d’Orsogna

Mi stanno arrivando tante segnalazioni di persone che hanno letto i libri che ho recensito e di altre che vorrebbero che scrivessi di libri che hanno letto o che vorrebbero leggere. Il blog funziona!!! E vi ringrazio tanto.

Il libro di oggi “Non superare le dosi consigliate” mi è stato segnalato da Elena, collega con cui condivido ogni tanto viaggi da e per la Svizzera.  Lettrice accanita! Che ringrazio!

“Non c’è un problema che un farmaco non curi, mamma lo dice sempre. A casa nostra non si parla, si prendono medicine. Così lei mi dà il Dulcolax ogni sera perché sono una bambina grassa. Due compresse, quattro, otto. E io non so che legame ci sia tra il Dulcolax e una bambina grassa visto che non dimagrisco….”. C’è un peso che non puoi perdere, anche quando l’hai perso tutto. Matilde lo sa: la mamma, bulimica, passa le giornate a vomitare; lei ha cominciato a ingrassare quando aveva sei anni ed è affamata da una vita. A scuola elemosina biscotti, a casa ruba il pane, e intanto sogna che gli taglino la mano. Ottanta chili a sedici anni, a diciotto quarantotto; Matilde va in America a studiare, splende, ma la fame e la paura le vengono dietro. Finchè dopo la morte della madre, il tracollo finanziario del padre e una relazione violenta, supera i centotrenta chili. E quando esce, c’ è sempre qualcuno che la guarda con disprezzo. Allora Matilde si chiude in casa per tre anni, e suoi social si finge normale. Ma che vuol dire normale? Un romanzo crudo e potente tra due lingue e due culture, tra gli anni Settanta e oggi. Un libro vorticoso tra perfezionismo, autolesionismo, menzogna e dipendenze.

Succede spesso che io inizi le mie recensioni riportando le presentazioni scelte dalla casa editrice. E poi mi capita di fare delle ricerche qua e là: l’uscita del libro è stato preceduto da un articolo scritto dalla stessa autrice e apparso su “7” il supplemento del Corriere della Sera, dal titolo “Storia della mia grassezza ( e di come ho deciso di non abbozzare più)”.  Sull’onda del grandissimo interesse nato per il pezzo, a romanzo già scritto, ne è nata anche una rubrica.

Ho trovato moltissimi contributi, di donne che si sono identificate, che dichiarano che avrebbero potuto scrivere la stessa storia e altre che, al contrario, dicono di aver capito poco di questa donna. Che si tratta di uno scritto irto di ostacoli, ripetitivo, che sono 250 pagine che lasciano il lettore esausto. Altre che, in riferimento alla protagonista Matilde, dichiarano che non conquista, che non lega a sé, che non riesce a far empatizzare con il suo dolore. Che non trasmette, che non lascia nulla a chi la incontra e che anzi ci si dimentica di lei appena si termina la lettura, con la sensazione di essere finalmente liberi.

Per quanto mi riguarda, sono altre le considerazioni che voglio condividere con voi.

A pagina 35, l’autrice fa una citazione che torna spesso nel corso del romanzo: Innocence, or ignorance, direbbe Alice Munro nel racconto che ha segnato la mia vita, An Ounce of Cure. Mi sono incuriosita. Il racconto di cui parla si trova nella raccolta “Danze delle Ombre felici” della Munro, nella traduzione italiana il titolo è Il rimedio. Poco più di 10 pagine. Parla di una ragazzina, adolescente, di indole spinosa. Di una casa in cui non si beve, o meglio si beve fuori. E di un rapporto con la madre per la quale l’ignoranza o l’ innocenza se preferisci, non è sempre la meraviglia che la gente crede, e ho paura che potrebbe rivelarsi un pericolo per una come te. Nel racconto, la protagonista vive una delusione d’amore e mesi di autentica disperazione seppure in larga misura autoinflitta. La madre, che si accorge che qualcosa non va, le compra dei ricostituenti a base di ferro, le chiede della scuola. Una sera, impegnata come baby sitter, a contatto con sentimenti di solitudine e tristezza, la ragazza si ubriaca, sta male, la scoprono, la rimproverano, la riportano a casa. Per tutti irresponsabile, le sue tristezze vengono usate dalla madre per non fare brutta figura con i vicini. Ci fu però un risvolto positivo e meravigliosamente inatteso in questa vicenda (….) Che cosa fu dunque a riportarmi coi piedi per terra? Fu la tangibilità atroce e ammaliante del mio disastro; fu vedere “come andavano le cose”. Non che mi fosse piaciuto; ero timida e tutta quella risonanza mi fece soffrire molto. Ma il concatenarsi dei fatti di quel sabato sera mi affascinò; ebbi la sensazione di aver gettato un’occhiata sulla prodigiosa, devastante e spudorata assurdità con cui si improvvisano le trame della vita, a differenza di quelle dei romanzi. Non riuscivo a distogliere lo sguardo. E, a proposito dell’ultimo incontro con il ragazzo oramai adulto: Notai che mi stava guardando con l’espressione più simile a un sorriso memore che le circostanze permettessero. E capii che lo aveva sorpreso il ricordo vuoi della mia devozione, vuoi del mio modesto scheletro nell’armadio. Ricambiai con un’occhiata cortese e priva d’intesa. Sono una donna adulta, ormai; ciascuno si dissotterri i propri, di scheletri.

In generale, per rimedio s’intende un farmaco o un trattamento medico indicato per alleviare o combattere una malattia. Provvedimento più o meno efficace, diretto a sanare una condizione negativa o sfavorevole. Alleviare, combattere, sanare. Di comprendere non vi è traccia.

Penso alla protagonista del racconto della Munro che vede gli adulti bere dell’alcool prima di uscire, erano tutti piuttosto allegri. Li vede traccannare gli aperitivi come fossero bibite. E penso a come spesso, quando entriamo in contatto con sofferenze e vissuti di tristezza, in maniera un po’ infantile,  facciamo quello che vediamo fare agli altri. Per uscire anche noi piuttosto allegri (innocence or ignorance). E penso alla protagonista Matilde che vede la mamma vomitare, che la vede prendere del Dulcolax, che la chiama cretina, che le da lo stesso lassativo perché è grassa. L’alcool e il cibo, il vomito e i lassativi come rimedio.

Per tutta la lettura di “Non superare le dosi consigliate” mi sono domandata cosa abbia spinto l’autrice a scrivere questa storia, quelle 250 pagine piene di parole, di cose che accadono, che stancano, che quasi ti allontanano per quanto sono vere, dirette e piene di dolore.

Mi sono detta se non fosse proprio nel tentativo di passare da quell’ innocence or ignorance a, come alla fine del racconto della Munro, “vedere come andavano le cose”. Comprenderle. Promuovendo anche nel lettore la spinta a farsi domande, a cercare di comprendere, creare legami di senso.

Perché un rimedio senza comprensione non porta al cambiamento. A crescere. A dissotterrare i propri scheletri nell’armadio. Perché gli scheletri possano riposare in pace. Nel posto giusto.

Il segnalibro, un’ironica caricatura….

 

La quarta parete di Sorj Chalandon

La quarta parete è quel muro immaginario che dal lato del palcoscenico separa gli attori dal pubblico, ma allo stesso tempo li unisce in un patto in cui la finzione è accettata e il dubbio sospeso.

Nel mito di Antigone, Creonte re di Tebe vieta di seppellire il corpo del nipote Polinice accusato di tradimento perché ha tentato di assediare la città. Antigone, sorella di Polinice, viola la legge imposta da Creonte. L’opera di Sofocle si concentra su tale divieto e sullo scarto esistente tra la sfera pubblica, della polis, e quella privata, della famiglia. Il valore della polis è assoluto: chi difende la città è nel giusto mentre, al contrario, chi ne è nemico risulta sempre colpevole. Per Antigone, il rispetto della morte viene prima di tutto. Le visioni sono inconciliabili e Sofocle evidenzia l’assenza di una soluzione che metta d’accordo tutti, sancendo la morte di Antigone e la distruzione della casata di Creonte.

Nel 1942, Jean Anouilh, grande appassionato dei classici greci, reinterpreta il dramma di Sofocle in un atto unico, in prosa, rivolto verso il doloroso momento storico in cui si trova a vivere. Era l’anno in cui Parigi, sotto il governo di Vichy, subisce l’assedio nazista. Nella sua opera, il dramma non è solo di Antigone ma anche di Creonte, dipinto come un sovrano saggio e per niente dispotico: egli non dimentica il suo dovere nei confronti della polis, nemmeno alla fine della tragedia. La giovane Antigone di Anouilh è desiderosa di battersi per rivendicare se stessa, al di là della pietà nei confronti del fratello. La ragazza ha bisogno di affermare il suo valore con un’azione eclatante, che sottolinei la forza dei suoi ideali e, mediante la sepoltura del fratello, conquista non solo visibilità agli occhi del mondo, ma anche consenso e approvazione. La tragedia di Anouilh si allinea alla perfezione con i propositi dello scritto di Sofocle: Antigone continua con la sua morte a prevalere su Creonte, trasformandosi nell’emblema della lotta contro le ingiustizie e i soprusi, preservando gli intenti più nobili in nome di una fratellanza che non è più solo di sangue ma universale.

Questa lunga premessa per arrivare al romanzo. La quarta parete racconta la storia di Georges, giovane ricercatore parigino con la passione per il teatro. Siamo all’alba degli anni Ottanta, il Maggio francese è passato da poco lasciando sul terreno disillusione e un generale senso di sconfitta. In Libano invece infuria una guerra civile. Samuel Akunis, regista greco di origini ebraiche, scappato alla dittatura ha un progetto: mettere in scena l’Antigone di Anouilh tra le strade di Beirut, straziate dalle lotte intestine e crivellate dai cecchini. Per la tragedia bisogna patteggiare una tregua di due ore e mettere insieme un cast che dia voce a ciascuna delle parti in campo: Antigone canterà la nostalgia della terra di Palestina, Creonte farà risuonare la fede maronita, Emone brucerà dell’amore di un druso. Samuel non potrà proseguire nella regia, malato gravemente chiede aiuto all’amico di sempre, Georges. Per lui sarà una scelta obbligata e toccherà a lui proseguire nella regia dell’Antigone. Una tragedia che diverrà totale e assoluta in cui la quarta parete collasserà: il palcoscenico allora diventa la vita, la finzione diventa la realtà. Un unico totale dramma in cui il lettore invece che verso una tregua, andrà incontro alla morte. Vera. Tragica. Che umilia. Che toglie dignità. Non c’è niente di emblematico e trionfalistico nella morte dell’Antigone di Georges. C’è soltanto il vuoto di senso. Che angoscia. Che ti lascia senza fiato.

Per Georges quello della guerra diventerà un mondo da cui non si torna indenni. E affrontare la sua personale quarta parete lo metterà a confronto con le difficoltà di fare rientro nella vita.

 

In principio, confusione e paura di Reuveni

 

Questo è un libro che mi è stato consigliato, non credo ci sarei mai arrivata da sola perché l’avrei scambiato per un libro storico o di politica. Che solitamente tendo ad evitare. Ma chi me l’ha segnalato non si occupa né di storia, né di politica, ma di fatti umani, di relazioni, di mondi interni. Per questo l’ho letto. Ed è questo che ho trovato.

Partirei dall’autore: Reuveni è nato nel 1886 in Ucraina e poi si è trasferito in Palestina nel 1910 diventando non solo spettatore, ma anche attore della nascita sofferta dello Stato Israeliano. Ha vissuto quel principio. La confusione e la paura, da cui il titolo, le ha vissute prima di metterle in scena nella trilogia che attraversa gli anni successivi alla prima guerra mondiale, trilogia della quale questo libro è la prima parte, l’unica pubblicata.

Siamo a Gerusalemme poco prima dell’inizio del primo conflitto mondiale. La Palestina è una provincia della Turchia. E la Turchia entra in guerra con la Russia. La maggior parte degli ebrei immigrati a Gerusalemme in cerca della propria patria vengono dalla Russia e si trovano a vivere in uno stato, quello ottomano, che è allo stesso tempo ospitante, ma anche occupante e nemico in guerra.

I personaggi del libro ruotano attorno alla redazione di un giornale socialista. Il loro modo di porsi rispetto alle vicende sociali e politiche rivela un crescendo di confusione e di paura che porterà ciascuno a prendere una posizione diversa. Se al principio, la tensione riguarda l’interrogativo: saremo tollerati o considerati nemici? Successivamente, una scelta da fare: opporre resistenza, ottomanizzarsi o partire condannandosi all’ennesima diaspora? Per ciascuno questi interrogativi aprono a vicende personali ma anche a percorsi interni e con loro il lettore è portato a riflettere: al concetto di appartenenza, a quanto sia importante, quasi necessario; a cosa significa resistere per difendere la propria identità culturale e ideologica. A cosa significa essere portatori di un’identità culturale ed ideologica senza però una madre patria. Un territorio che ci vede nascere, crescere e tornare quando ne abbiamo bisogno. Cosa diventa a quel punto l’identità di ciascuno? Da cosa passa il senso di appartenenza? Come si risponde alla paura e alla confusione dovuta all’instabilità identitaria? Penso a tutti questi personaggi anche come parti interne di ciascuno: che dialogano, litigano che si scontrano nel processo di individuazione e di crescita. Confusione e paura accompagnano il percorso di tutti verso le proprie scelte o verso le non scelte e quest’ultimo modo di muoversi nella vita prende la forma del contabile Tziprovitch, il classico inetto della letteratura ebraica, nel suo non voler prendere alcuna decisione permette di osservare le contraddizioni degli uomini attorno a sé: chi rinuncia alla propria identità culturale, chi rinuncia all’appartenenza territoriale e chi rimane, in preda a continue incertezze, insicurezze, indecisioni, timori. In attesa che qualcuno o qualcosa decida per lui.

Tutto questo rende l’opera di Reuveni quanto mai attuale e moderna.

Il segnalibro, l’abbraccio di una madre patria…..

 

La vita accanto di Mariapia Veladiano

Ho sempre letto libri scelti e comprati da me. Un libro lo acquistavo e lo leggevo. Ne leggevo la recensione, ascoltavo chi me ne parlava e poi lo acquistavo. I libri regalati, per qualche motivo finivano in coda alle mie letture e spesso lì ci rimanevano. Inevitabilmente, finivo per scegliere qualcosa che si somigliava, che mi somigliava. Soltanto negli ultimi anni ho iniziato a leggere libri prestati e consigliati da amici o colleghi, condivisi tra noi: un’apertura che mi ha permesso di leggere libri che da sola, forse non avrei mai scelto. L’apertura alla condivisione dei libri rimanda alla maggiore disponibilità nei confronti degli altri, ha a che fare con la fiducia, con la possibilità di aprirsi, di conoscere e di scoprire di sé, dagli altri. Straordinariamente, tutto questo ha a che fare con il libro di cui desidero parlarvi oggi, che mi è stato prestato da Elisabetta:  s’ intitola La vita accanto di Mariapia Veladiano.

Inizia con queste parole: Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia. (….). La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette, attraverso la fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare, giusto per non morire. Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi. (…) si tratta di esistere sempre in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo. Io sono brutta. Proprio brutta.

Rebecca, la protagonista del romanzo, nasce brutta. Attorno a questo, sembrano svilupparsi le relazioni delle persone che le stanno accanto. La madre che, sin dalle prime pagine, prende le distanze da questa figlia nata brutta: mia madre si è messa a lutto quando sono nata, la sua femminilità si è seccata crudele e veloce (..) Dopo che è tornata dall’ospedale non è più uscita di casa, mai più. Non mi prese in braccio, nessuno osò proporle di allattarmi. Il padre che sin dall’inizio tenta di proteggere la figlia, tenendola al riparo dagli sguardi delle altre persone, riparandola dalle cattiverie, dai giudizi. Una protezione che corre il rischio di privarla della propria libertà, della propria autonomia. Per molti anni Rebecca esce soltanto la notte da casa, per non farsi vedere. La tata Maddalena, che le vuole molto bene pur piangendo sempre (…)mi amò da subito con la forza di un bisogno. La zia Erminia sembra l’unica a vedere la nipote al di là del proprio aspetto fisico: è lei che cerca di convincere il padre ad inserirla all’asilo per toglierla da quello stato di isolamento. E’ sempre lei a vedere nelle mani della nipote, quelle di una musicista. Di una pianista.

L’incontro con la musica diventa l’occasione  per Rebecca di rivedere la propria storia di vita, le relazioni fino a quel momento. Di rinascere o forse di nascere. Incontrando per la prima volta quella madre oramai persa. Grazie ai racconti della signora De Lellis, la madre del maestro di piano, Rebecca scoprirà un’altra verità: la depressione della madre dopo la sua nascita non era stata compresa “dopo la mia nascita la vita di mia madre era diventata un piano inclinato. Nessuno le aveva afferrato la mano dall’alto oppure lanciato una corda. Per egoismo, impossibilità, inadeguatezza. Nel suo deformato mondo interiore mio padre era il bugiardo il cui amore riguardoso e impotente otteneva l’unico effetto di serrare il cerchio del suo delirio e per questo veniva punito con il silenzio”. Il padre aveva risposto con debolezza, impotenza. La zia Erminia, dal canto suo, aveva messo in scena il proprio egoismo, la propria vendetta nei confronti della cognata colpevole di averle portato via il fratello. L’aspetto fisico di Rebecca era diventato così importante perché dietro ad esso bisognava nascondere un’altra verità: l’infelicità, le incomprensioni, verità inconfessabili e che facevano paura. La paura rende egoisti, ciechi e sordi.

Rebecca non era stata mai veramente vista: vederla brutta, deformata, impresentabile era stata l’unica possibilità delle persone accanto a lei per salvarsi dalle proprie bruttezze, deformazioni, parti di sé impresentabili. Spostare tutto sulla piccola Rebecca. Mettere il brutto fuori da sé.

Penso a quante Rebecca. Alla difficoltà di comprendersi. Alle tante verità. Commuovono le parole che descrivono la madre nell’impossibilità di far sentire la propria voce, di farsi comprendere: “Mi parlava di lei incatenata alla rupe del suo male nero sopra un’isola abbastanza vicina per vederti e troppo lontana per toccarti, con l’anima spillata dagli sguardi che i tuoi occhi non avevano il coraggio di rivolgerle. Lei vedeva i tuoi passi incerti e davvero avrebbe voluto tenderti le braccia e sostenerti quando sei caduta. E non solo sostenerti ma anche in braccio farti saltellare la sera sulle scale e posarti leggera sul tuo letto ubriaca di voli. Ma non aveva potuto. Le braccia le aveva alzate e ben tese, oh se le aveva tese, si era buttata in avanti gridando aiuto, aiutatemi, cade la mia bambina. Ma l’isola in cui era prigioniera aveva ritirato le rive all’improvviso e l’acqua si era fatta più larga e profonda. Non ti aveva salvata e dicevano tutti intorno che non aveva voluto, nessuno aveva visto le sue braccia alzate e sentito l’urlo della sua volontà”.

Quante madri come la madre di Rebecca.

Prima di concludere, mi sono chiesta il senso del titolo. La vita accanto. Ho trovato la risposta nelle parole della protagonista:  la musica afferrò la mia vita. La consapevolezza tutta nuova che ci si aspettava qualcosa da me riempiva i miei giorni di sentimenti che non conoscevo e che prendevano il posto di quella specie di attesa vuota in cui prima le mie energie si erano congelate. Forse potevo dimostrare che c’era del buono in me, che mi si poteva voler bene perché valevo e non solo per un senso confuso di protezione o di colpa.  

Credo che questo libro racconti la difficoltà di incontrare la vita. Di viverla. Ma racconta anche che ci sono degli incontri e non solo di persone, ma anche di sentimenti e di passioni, in grado di aiutare a superare quel senso di impossibilità, di  non poterne fare parte, di non essere all’altezza, di non avere niente di buono. Incontri in grado di rendere possibile la vita. Non accanto.

Il segnalibro, la piccola Rebecca…..

Buona lettura!