Un Amore di Dino Buzzati

Per qualche settimana mi sono fermata. Pensavo fosse sconveniente in questo momento scrivervi di libri. C’erano altre notizie, indicazioni, provvedimenti, aggiornamenti che era necessario e primario condividere. Su cui concentrare la nostra attenzione.

Non si è però fermata la mia voglia di leggere, di scoprire, di immaginare, di sognare. Anzi è aumentata. Aumenta giorno dopo giorno e mi aiuta ad affrontare questo momento così difficile. Pupi Avati in una lettera di qualche giorni fa scriveva dell’effetto terapeutico della bellezza. Mi auguro che con questi stimoli di lettura possiate trascorrere qualche minuto piacevole. Leggero.

Veniamo al libro di oggi. L’impossibilità di andare in libreria, i tempi lunghi delle consegne postali mi hanno portato a fare appelli disperati alla mia famiglia: “cerco libri che non ho mai letto!!!”. La zia Paola ha fatto succedere una specie di miracolo: quel libro che da tempo volevo leggere, proprio quello, in un’edizione della Mondadori datata agosto 1977 già solo averlo in mano…il libro è Un amore di Buzzati.

L’occasione è unica. L’inizio del romanzo viene preceduto da cenni biografici e da un’antologia critica che presenta l’opera. Due autori ne hanno colto l’essenza e mi faceva piacere condividerle con voi (anche perché non credo sarà più possibile recuperarne l’edizione!!!). Eugenio Montale scrive: ci troviamo nel cuore del più acceso realismo e psicologismo, nella dissezione quasi anatomica di un sentimento amoroso che molti diranno patologico, ma che in realtà tutti gli uomini che non hanno gli occhi e il cuore foderati da una cotenna di lardo hanno almeno virtualmente provato. Questa spiegazione finale, in una scena che in sé è perfetta, non toglie nulla all’armonia di un libro molto bello (il più bel libro a sfondo erotico che sia uscito dal tempo di Paolo il Caldo di Brancati). Carlo Bo aggiunge: non saprei dire se Buzzati ha scritto il suo libro più bello so però che ci ha dato con Un amore un libro coraggioso, a suo modo una confessione. Di solito, uno scrittore non accetta di scendere direttamente sul campo della battaglia sentimentale, aspetta, da buon calcolatore prende le sue precauzioni e le sue misure. Buzzati ha buttato tutto per aria e ha portato la sua confessione su un terreno che fino a ieri appariva minato e pieno di avvertimenti e di esclusioni. Ecco perché subito ci era sembrato giusto mettere l’accento sul coraggio: un uomo, uno scrittore coraggiosi non si trovano tanto sovente. Buzzati ha avuto il merito di riportare alla luce questa categoria e pagando di persona.

Veniamo al romanzo: è stato scritto alla fine degli anni ’50. La vicenda, ambientata a Milano, vede come protagonista Antonio Dorigo, avvocato di quarantanove anni che non era stato mai capace di instaurare con una donna lo stesso rapporto di confidenza che aveva con gli amici. Per lui “La donna, forse a motivo dell’educazione familiare, gli era parsa sempre una creatura straniera” e con l’altro sesso riesce ad avere rapporti solamente di carattere mercenario. Antonio ha l’abitudine di frequentare la casa di appuntamenti della signora Ermelina. Ed è in quella casa che un pomeriggio di febbraio del 1960, l’uomo conosce la Laide, diminutivo di Adelaide, ragazza minorenne. Ne sarà attratto, da subito. Continuerà a chiedere di lei. Il romanzo descrive quello che si scatena da quell’incontro: ne diviene una vicenda veloce ed angosciosa  fra passione e gelosia, rivolta e disperazione. Laide sconvolge la vita dell’architetto Antonio, la misura dei suoi rapporti umani con gli amici, il lavoro e la madre. Antonio fa quello che non aveva mai fatto: gli sembra d’essere ringiovanito ( le corse sull’autostrada, le cene nei fine settimana, i balli nei locali di moda, gli appostamenti, le sorprese), in realtà si rende conto di quanto non sia che la resa, la dipendenza da quella giovane. Che anzi, non perde occasione di umiliarlo, di raccontare bugie. Dorigo pur comprendendo, continua a volerla accanto. Per riempire una vita fino a quel momento vuota e dominata dalla paura della solitudine. E della morte. “Sì l’amore gli aveva fatto completamente dimenticare che esisteva la morte”.

Il romanzo coinvolge chi legge.  Fino quasi all’imbarazzo. Per la sincerità, l’intensità con cui vengono descritte le vicende che fanno muovere Dorigo. Provi tenerezza, pena, ma anche tanta rabbia. Perché nonostante si renda conto, rimane in quella vicenda d’amore. Che è amore solo per lui. E lui lo sa. La paga, la mantiene, si fa usare. Si fa umiliare dalla donna. E nonostante tutto, non riesce a prendere una distanza definitiva.

Il romanzo è ambientato a Milano: l’autore riesce a regalarci una rappresentazione di una situazione culturale in cui la realtà milanese è metropoli ma insieme il simbolo della Babele d’ogni tempo, certe sue piazzette, certi suoi grovigli di vicoli, certi angoli secreti. Il tormento interiore di Dorigo, ci avvicina ai conflitti di un uomo maturo attratto dalla giovinezza, ma anche quelli del borghese-milanese colto affascinato da ciò che è popolare. Laide infatti non solo rappresenta il proletariato, ma anche i miti di quegli anni in cui le classi meno colte si gettavano a capofitto (auto veloci, i night club, il consumismo che avanzava) di cui Buzzati-Dorigo avverte tutta l’ energia.

Un intimo amico di Buzzati ha raccontato che prima dell’inizio di Un amore, Buzzati credeva che l’amore fosse facile e formale. Da quel momento, cominciò per lui l’incubo che la donna amata potesse sfuggirgli, mancare agli appuntamenti, addirittura dissolversi. Come la Laide nel libro.

Quando il libro venne pubblicato per Mondadori nel 1963 lo stesso autore ha precisato: Solo alcuni sanno cosa sia l’amore. Se no, ce ne accorgeremmo. Quando arrivano queste cose, uno non può controllarsi, e l’amore si rivela, si manifesta. Non dico che non ce ne siano, di amori, ma sono pochi. Se uno ama una donna, è logico che voglia vincere a tutti i costi, magari mentendosi come fa Antonio Dorigo. E poi, il mio libro finisce in bellezza. Non è calcolato, non è costruito. L’ho scritto con la stessa spontaneità del Deserto dei Tartari. Esprime il mio stato d’animo e la mia esperienza, ma ho un po’ aggravato le tinte. Ma non ho voluto scrivere un libro audace, magari per seguire la corrente. Lo avrei scritto anche se quel genere che ora va di moda fosse morto da un pezzo. E respingo anche l’accusa che si tratti interamente di autobiografia. La protagonista non esiste; ci ho messo solo alcuni tratti della ragazza che io ho amato e ho attribuito a lei tratti d’altre donne. Se è lecito essere un po’ presuntuosi, dirò che c’è tanta autenticità che sinceramente in altri libri non conosco”.

Il segnalibro è evocativo…..

Buona lettura.

 

 

Lo Straniero di Albert Camus

Nell’edizione Bompiani, il libro viene presentato così: pubblicato nel 1942, Lo straniero è un classico della letteratura contemporanea. Protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte- senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Meursault è un eroe “assurdo”, e la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e di sentire. E ancora, nell’introduzione di Roberto Saviano, questa breve descrizione: Meursault è un impiegato di origini francesi che vive ad Algeri. Ci viene presentato quando apprende la notizia della morte dell’anziana madre, e sin dal principio anche noi siamo vittime di un sentimento cui non riusciamo ancora a dare un nome: siamo straniati dalla impassibilità di Meursault. Non ci piace Meursault, è apatico. È tanto diverso da come noi immaginiamo noi stessi. Poi in un caldo pomeriggio avviene la nostra separazione definitiva dal personaggio, mentre cammina sulla spiaggia, sole negli occhi, ha uno scontro con un arabo e nella colluttazione gli spara, uccidendolo. Meursault viene arrestato e non cerca giustificazioni. Viene condannato a morte e non cerca conforto nella religione. Tutt’altro, negli ultimi momenti della sua vita ragiona su quanto tutto sia assurdo, su quanto l’universo sia insensibile e indifferente verso l’umanità. L’unica consolazione si trova forse nel destino comune.

Al termine della lettura, rileggo la presentazione: mi sembra di aver letto un altro libro. Per questo decido di approfondire.

Il titolo originale dell’opera è L’Etranger. E’ stato tradotto con Lo Straniero. Il termine “straniero” etimologicamente è legato al termine “estraneo”. La particella “stra-“ di parole quali “stra-niero”, “estra-neo”, “stra-no”, “stra-niante” derivano dalla forma latina che indica ciò che sta fuori in senso fisico, rispetto a ciò che sta dentro.

Albert Camus nacque nel 1913 in Algeria. Francese in Algeria. Francese che vive tra francesi d’oltremare. Francese che vive tra arabi. Francese che vive tra arabi che percepiscono le sue origini europee come un privilegio; eppure francese che proviene da una famiglia umile, di lavoratori. Camus nella sua vita si sentirà straniero sempre e per tutti. Lo straniero.

C’è dell’altro nella sua biografia. Camus nacque dall’amore di una madre che non sapeva leggere e scrivere e da un padre che conobbe solo in fotografia. Sua madre faceva le pulizie mentre suo padre, operaio in una cantina agricola, ferito durante la battaglia della Marne, morì con “il cranio aperto. Cieco e agonizzante durante una settimana […]”(“L’Envers et l’Endroit”, Il Rovescio e il Diritto 1938) servendo “un paese che non era suo”. Camus scrisse nella prefazione di 1958 “Solo col silenzio, col riserbo, con la naturale e sobria fierezza, questa famiglia che non sapeva nemmeno leggere, m’ha dato allora le lezioni più alte, che durano sempre”.  Il piccolo Albert crebbe con la madre affettuosa che parlava poco e il fratello maggiore Lucien ad Algeri nel quartiere popolare di Belcourt. Scriverà più tardi: “Non ho imparato la libertà da Marx. Ѐ vero: l’ho imparata dalla miseria”. Notato dal suo istitutore, Louis Germain e incoraggiato a leggere dallo zio macellaio appassionato di letteratura, Albert ottenne una borsa che gli permise di seguire studi superiori e poi universitari. Con il ruolo di portiere, fece parte della squadra di calcio “tanto amata” del Racing universitario di Algeri. Quando aveva appena 17 anni, nel 1930, Camus contrasse la tubercolosi. La malattia non gli permise di scegliere la carriera del calciatore. Gli impedì di passare il concorso per diventare insegnante di ruolo nella scuola superiore e all’università. Un suo grande desiderio. E nel 1939, ancora per la malattia, il suo arruolamento venne rifiutato.

Scrisse L’Etranger in quegli anni. L’estraneo. Forse avrei scelto questo titolo per il libro. Forse era così che Camus intendeva il suo Meursault.

Vi chiederei ora di rileggere il libro alla luce delle note biografiche, ripensando a quella indifferenza come alla necessità di vivere le proprie emozioni come qualcosa di estraneo, il mondo interno come terra straniera. Per non soffrire, per sopravvivere. Senso di estraneità, essere stranieri. Torniamo al significato etimologico di queste due parole, dall’opposizione marcata e netta tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori. Ogni evento o persona che minaccia i nostri confini suscita in noi paura.  Mi sembra che l’indifferenza di Meursault/Camus in realtà rappresenti il tentativo di mettere fuori quelle emozioni che rischiano di far soffrire quando la vita non va come dovrebbe. Quando alcune circostanze del tutto casuali, ti costringono a rivedere tutto: la vita senza un padre, la malattia che ti toglie ogni possibilità, i tuoi desideri.

Non ho provato antipatia per Meursault, mi ha disorientato all’inizio. Ma grazie allo stile e alla scrittura di Camus è possibile sentire tutte le emozioni che lui non si può permettere, che non vuole sentire: le trovi nelle descrizioni, tra le righe, nei profumi appena accennati, negli odori, nei rumori. Le trovi quando al funerale della madre, in presenza di una donna che piange, l’unico suo pensiero: avrei voluto non sentirla più. Non è indifferenza. Ti trovi ad emozionarti quando descrive il rapporto con Marie, la donna che lo vorrebbe sposare: ne descrive i gesti, i profumi, alcuni dettagli dell’abito, dello sguardo. Lo spostamento sui dettagli, sulle cose inanimate, sulle sensazioni del corpo forse un modo per non entrare in contatto con le parti più umane, più emozionanti. Che legano. E che rischiano di far soffrire.

L’uccisione dell’arabo arriva quando le cose che succedono sono belle, piacevoli, quasi desiderate: Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, il silenzio eccezionale di una spiaggia dov’ero stato felice. Allora ho sparato altre quattro volte su un corpo inerte nel quale le pallottole si conficcavano senza lasciare traccia. Ed è stato come se bussassi quattro volte alla porta dell’infelicità.

Quel gesto non è assurdo, Meursault non è un eroe “assurdo”. Quel gesto accade, ma non per caso: credo che abbia a che fare con il disperato e inconsapevole terrore della propria felicità. Farsi responsabile della propria infelicità per non trovarsi impreparato, ancora una volta, smentito dalla vita.

Ed è proprio durante la sua prigionia che Meursault entra in contatto con le sue emozioni, con il suo sentire ed è grazie alla scrittura di Camus che ci arriva tutta quella intensità: uscendo dal palazzo di giustizia per salire sul cellulare, ho riconosciuto per un breve istante l’odore e il colore delle sere d’estate. Dall’oscurità della mia prigione mobile ho ritrovato a uno a uno, come dal fondo della mia stanchezza, tutti i suoni familiari di una città che amavo e di un’ora in cui mi capitava di sentirmi contento. Il richiamo degli strilloni nell’aria già distesa, gli ultimi uccelli nei giardini, il grido dei venditori di sandwich, il lamento dei tram sui tornanti della città alta e quel rumore del cielo prima che la notte si rovesci sul porto: tutto ciò ricomponeva per me un itinerario da cieco che mi era ben noto prima di entrare in prigione. Sì era proprio l’ora in cui, tanto tempo fa, mi sentivo contento. Ad attendermi, all’epoca, era sempre un sonno leggero e senza sogni. E tuttavia qualcosa era cambiato, poiché, con l’attesa dell’indomani, quella che ho ritrovato è stata la mia cella. Come se i percorsi familiari tracciati nei cieli d’estate potessero portare tanto alle prigioni quanto ai sonni innocenti.

Non ci sono altre parole. Un libro da leggere. Nel proprio sentire si raggiungere la completezza.

Stava lavorando su un grande racconto autobiografico Le Premier Homme (Il primo uomo incompiuto, 1994) quando Albert Camus morì il 4 gennaio 1960 in un incidente d’auto guidato dal suo editore Michel Gallimard. In tasca aveva un biglietto ferroviario non utilizzato: si crede avesse pensato di compiere quel viaggio in treno, cambiando idea solo all’ultimo momento. André Malraux gli aveva appena proposto di prendere la direzione di un teatro parigino che avrebbe chiamato Nouveau théatre (Nuovo Teatro).

Il segnalibro: “Era ricoperto di pietre giallastre e di asfodeli bianchissimi sul blu già intenso del cielo

 

Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood

L’emozione per questa recensione va al di là del libro: si tratta della prima lettura nata dalla segnalazione di una lettrice del blog. Un’amica lettrice. Ti ringrazio Marilena per aver compreso il senso di questo blog: i libri come occasione di scambio, riflessioni condivise e scambio di emozioni!

Spero e attendo altri consigli di lettura da tutti voi!!!!!

E ora veniamo al libro. La trama in breve: in un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato Totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Offred ha solo un compito nella neonata Repubblica di Gilead: garantire una discendenza all’èlite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette Ancelle, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione.

Ho iniziato questo libro e dopo una decina di pagine mi sono fermata. Per un mese. Il razionale era “questo genere non fa per me”, in realtà era soltanto il tentativo di allontanare quella sgradevole sensazione di qualcosa che non ha tempo, ma che comunque, ti tocca. Ti riguarda. Non è un genere, è il tentativo di mascherare qualcosa che può riguardare tutti. Ieri, oggi e domani.

Viene definito un libro distopico. Per distopia, o anche antiutopia, si intende un libro che descrive o rappresenta uno stato futuro di cose che, in contrapposizione all’utopia, presenta situazioni e sviluppi sociali, politici e tecnologici altamente negativi, in genere indica un’ipotetica società (spesso collocata nel futuro) nella quale alcune tendenze sociali, politiche e tecnologiche percepite come negative o pericolose sono portate al loro limite estremo.

L’ho ripreso durante un viaggio in treno di ritorno dalle vacanze di Natale e non è stato possibile smettere, nonostante permanesse quel senso di disagio: qualcosa di impossibile che non lo era del tutto, che tentava di essere impersonale e freddo ma che poi ti coinvolgeva con emozioni, sentimenti, ricordi.

Il libro viene raccontato in prima persona, della protagonista arriviamo a conoscerne il nome soltanto a pag. 266 e questo ti porta inevitabilmente a identificarti. Offred. Perché di Fred. Non il suo vero nome, ma quello stabilito dalla Repubblica di Gilead. Offred. Of Fred. Di Fred. Appartenente a Fred.

Alcune parti ti costringono a fermarti. Crude verità.

 “Noi abbiamo dato loro più di quanto non abbiamo tolto” dice il Comandante. “pensate alla situazione in cui si trovavano prima, pensate ai bar per donne sole, all’indegnità degli appuntamenti a sorpresa. Era il mercato della carne. Non ricordate il terribile divario tra coloro che potevano avere un uomo facilmente e quelle per le quali era impossibile? Alcune di loro, prese dalla disperazione, deperivano per dimagrire, altre si gonfiavano i seni col silicone, altre ancora si facevano tagliare il naso. Quanta infelicità!” Accenna, agitando una mano, a una pila di vecchie riviste.

“Si lamentavano sempre. Problemi di qui, problemi là. Vi ricordate delle colonne di annunci personali? Vivace, graziosa, trentacinquenne….in questo modo un uomo lo trovavano, ma poi, se si sposavano, spesso restavano sole, con un figlio o due perché il marito, stanco di loro, scompariva, così che si trovavano costrette ad affidarsi alla pubblica assistenza. Oppure, se avevano un lavoro, dovevano lasciare i figli al doposcuola o affidarli a qualche donna ignorante e brutale, che dovevano pagare loro stesse, sottraendo il denaro alle loro misere buste paga. Il denaro era l’unica misura del valore, per tutte, l’essere madri non dava diritto al rispetto. Non c’è da meravigliarsi quindi che stessero addirittura rinunciando alla maternità. Ora, invece, sono protette, possono adempiere in pace ai loro destini biologici, con pieno sostegno e incoraggiamento. Adesso, ditemi il vostro parere, siete persone intelligenti, vorrei sapere che ne pensate. C’è qualcosa che abbiamo trascurato?”

“L’amore” rispondo.  “l’innamorarsi….”

Questo scambio, quello più significativo del libro, va avanti e descrive la vita a Gilead: parla di autorità maschile, della necessità di sottomettersi all’autorità maschile. Alla maternità come possibilità di salvezza. Dal peccato originale. All’amore. Alle donne che amavano. E che si sentivano libere di cambiare. Senza limiti. E alla condanna alla fissità. Che apre necessariamente a ciò che è necessario nascondere. Le prostitute. Le donne nel club.

E in testa alcune domande del mio presente: cosa c’entra la libertà con l’assenza di limiti? Cosa c’entra l’amore con l’assenza di limiti? Cosa significa sentirsi libera?

E nelle pagine finali, quelle in cui vengono riportati gli atti del simposio del 2195 in cui storici partendo da  Il Racconto dell’Ancella, quale testimonianza storica e diretta, si confrontano sull’organizzazione di Gilead:

“Come abbiamo sentito durante la discussione del comitato di esperti, Gilead, sebbene indubbiamente patriarcale nella forma, fu saltuariamente  matriarcale nel contenuto (….) Come gli artefici di Gilead ben sapevano, per istituire un sistema totalitario efficace o invero un qualsiasi sistema è necessario offrire qualche beneficio e qualche libertà, almeno a pochi privilegiati, in cambio di ciò che viene loro tolto. A questo proposito è opportuno un commento sull’organizzazione femminile di controllo nota come le Zie. Judd, era dell’opinione fin dall’inizio che fosse più efficace ed economico far controllare le donne, a scopi riproduttivi e altro, a opera delle stesse donne. Non mancavano i precedenti storici; infatti in qualsiasi impero, imposto con la forza o in altro modo, il controllo degli indigeni è sempre stato effettuato da membri del loro stesso gruppo. Nel caso di Gilead, c’erano molte donne desiderose di coprire il ruolo di Zie, sia a causa di un’autentica fiducia in ciò che chiamavano “valori tradizionali”, sia per i benefici che potevano trarne. Quando il potere è scarso, averne anche solo un poco costituisce una tentazione. C’è un altro incentivo: donne senza figli o sterili o anziane, che non fossero sposate, potevano prendere servizio nei ranghi delle Zie e quindi sfuggire al rischio del sovrannumero e al conseguente invio per mare alle infami Colonie, che erano costituite da popolazioni mobili usate soprattutto per la rimozione di materiale tossico, anche se, con un po’ di fortuna, si poteva venire assegnati a compiti meno rischiosi, quali la raccolta del cotone o della frutta”.

Mi sono domandata quale fosse il significato profondo del termine matriarcato e a scoprire che nel mondo oggi esistono oltre cento società matriarcali. Una società matriarcale è una comunità di persone basata sulla centralità della figura femminile. Luoghi dove non è necessaria una “Festa della mamma”, perché la maternità e la femminilità sono celebrate ogni giorno. Queste società, che oggi è possibile rinvenire soprattutto in Asia, nelle Americhe e in Africa corrono il serio rischio di sparire sotto la forte spinta della globalizzazione. In alcuni testi, viene riportato che il loro valore non è soltanto storico (alcune di queste organizzazioni vantano una tradizione millenaria), anche perché la loro struttura politica, economica, sociale e spirituale può essere di grande importanza per noi occidentali, in quanto ci insegna a organizzare e promuovere società non violente e mutuali, dove le donne sono al centro dell’ordinamento sociale, ma non per questo ricorrono a forme di dominio per guidare la propria comunità. Ecco il punto, spesso si confonde il matriarcato con l’idea di “dominio della donna”. In realtà, in siffatte organizzazioni sociali, ci si basa su una vera e propria partnership uomo-donna, che continua a tener vivo un diverso modello di civiltà per donne e uomini. Ora mi è più chiaro: patriarcato o matriarcato, poco cambia quando  la logica è quella del dominio.

Nelle pagine conclusive, negli atti del Dodicesimo Simposio di Studi Gileadiani del 2195 vengono citate le opere del relatore tra cui Iran e Gilead: due Monoteocrazie del Tardo Secolo Ventesimo viste attraverso i diari. Il libro è stato scritto nel 1985, letto da me nel 2020, lo studio futuristico del 2195.

La sensazione che poco o  nulla sia cambiato. Vorrei che questo libro fosse letto per far nascere domande e riflessioni. Forse è più un libro da donne, per donne. Ne vale la pena.

Il segnalibro, una figura ambigua, uomo o donna? Chi comanda nella Repubblica di Gilead: uomini sulla carta ma donne nella sostanza. Chi domina e chi viene dominato?

 

Pastorale Americana di Philip Roth

Nella quarta di copertina Alessandro Baricco lo definisce “Il libro più bello degli ultimi anni della letteratura americana ” e vi troviamo una breve descrizione. Seymour Levov è un ricco americano di successo:al liceo lo chiamano “lo Svedese”. Ciò che pare attenderlo negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e gioie familiari. Finchè le contraddizioni del conflitto in Vietnam non coinvolgono anche lui e l’adorata figlia Merry, decisa a portare la guerra in casa, letteralmente. Un libro sull’amore e sull’odio per l’America, sul desiderio di appartenere a un sogno di pace, prosperità e ordine, sul rifiuto dell’ipocrisia e della falsità celate in quello stesso sogno.

Questo libro nel 1997 ha vinto il Pulitzer per la letteratura e nel 1998 il più alto riconoscimento americano per la narrativa. Premio più che meritato. A mio parere, Roth è la narrativa. Al di là dei contenuti, della storia, lo stile narrativo di Roth riesce a farti sentire dentro la storia, con i sentimenti che riesce ad evocare: un protagonista  che per ogni cosa apre molte, infinte associazioni, dettagliate, piene di particolari, esasperanti. Tutto questo, inconsapevolmente, per non entrare in contatto con quello che succede dentro e fuori di lui, senza mai entrare veramente in contatto con chi gli sta accanto. La bomba. Che ti obbliga con violenza a renderti conto di chi hai davanti. Guardami, guarda chi sono, chi sono diventata! Un’esplosione. Una reazione che senti nascere dentro di te mentre leggi le infinte descrizioni di questo uomo incapace di reagire da cui ti senti non visto. Monologhi, quasi, senza fine. O meglio, la sua fine.

Nel segnalibro, un’apparente normalità che viene interrotta da un’esplosione.