Pastorale Americana di Philip Roth

Nella quarta di copertina Alessandro Baricco lo definisce “Il libro più bello degli ultimi anni della letteratura americana ” e vi troviamo una breve descrizione. Seymour Levov è un ricco americano di successo:al liceo lo chiamano “lo Svedese”. Ciò che pare attenderlo negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e gioie familiari. Finchè le contraddizioni del conflitto in Vietnam non coinvolgono anche lui e l’adorata figlia Merry, decisa a portare la guerra in casa, letteralmente. Un libro sull’amore e sull’odio per l’America, sul desiderio di appartenere a un sogno di pace, prosperità e ordine, sul rifiuto dell’ipocrisia e della falsità celate in quello stesso sogno.

Questo libro nel 1997 ha vinto il Pulitzer per la letteratura e nel 1998 il più alto riconoscimento americano per la narrativa. Premio più che meritato. A mio parere, Roth è la narrativa. Al di là dei contenuti, della storia, lo stile narrativo di Roth riesce a farti sentire dentro la storia, con i sentimenti che riesce ad evocare: un protagonista  che per ogni cosa apre molte, infinte associazioni, dettagliate, piene di particolari, esasperanti. Tutto questo, inconsapevolmente, per non entrare in contatto con quello che succede dentro e fuori di lui, senza mai entrare veramente in contatto con chi gli sta accanto. La bomba. Che ti obbliga con violenza a renderti conto di chi hai davanti. Guardami, guarda chi sono, chi sono diventata! Un’esplosione. Una reazione che senti nascere dentro di te mentre leggi le infinte descrizioni di questo uomo incapace di reagire da cui ti senti non visto. Monologhi, quasi, senza fine. O meglio, la sua fine.

Nel segnalibro, un’apparente normalità che viene interrotta da un’esplosione.